Storia di una quarantena: Episodio 10. Marco.

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Sono sveglio da qualche minuto, mi sono alzato e sono sulla soglia della stanza di Gioia; la guardo mentre è ancora nel mondo dei sogni: ha lasciato la persiana semi chiusa e qualche raggio di sole entra filtrato dalla finestra, dando delle sfumature ai suoi capelli castani sparsi per il cuscino. Oggi è il quindicesimo giorno che sono a casa da lei, e finalmente posso abbracciarla e darle il mio primo bacio.

La guardo mentre dorme a pancia in giù, con la testa verso il lato destro e un braccio sotto di essa, i capelli scompigliati, il suo respiro regolare, il viso sereno.

Quanto ci è voluto per capire che quello che c’era tra noi non era solo una semplice amicizia. Quanto ci è voluto per lasciare andare una vecchia ideologia che ci stava incastrando in un’inutile sofferenza; è vero: lei ha perso un amico e io ho perso un’amica, ma entrambi abbiamo trovato molto di più.

Abbiamo parlato tanto in questi giorni, entrambi con la tentazione di avvicinarci e sfiorarci, soprattutto dopo i nostri primi battibecchi, ed entrambi abbiamo paura che se mai dovesse andare male potremmo perdere tutto quello che siamo e che eravamo, ma in fondo avremmo perso comunque facendo finta di nulla, anzi, forse ci saremmo fatti ancora più male.

Non resisto più: mi avvicino e mi stendo sul letto accanto a lei, che nel mentre si è girata di fianco; la abbraccio da dietro, respirando tra i suoi capelli, e la sento muoversi.

“Marco…”

“Buongiorno…”

“Ma cosa…” dice con la voce ancora impastata dal sonno e voltandosi verso di me.

“Con oggi scadono i quattordici giorni di distanza, e io, oltre che finalmente stringerti tra le mie braccia, non vedo l’ora di baciarti” le dico.

“E cosa aspetti?” mi dice con un sorriso dolcissimo.

Mi avvicino e la bacio, e quelle scariche elettriche che sentivo al sol pensiero di farlo si manifestano ancora più potenti in me.

Dopo il bacio ci guardiamo per un tempo infinito, senza dirci nulla a parole, ma tutto con gli occhi.

“Sai che non mi sembra vero?” mi dice Gioia con un sussurro.

“Lo è, ed è la nostra realtà” le rispondo mentre sento il suo stomaco brontolare per la fame.

Scoppiamo a ridere e Gioia si stringe ancora di più nel mio abbraccio.

“Andiamo a fare colazione”

“Ok…” mi dice e nella sua risposta noto un tono titubante.

“Che succede?” le chiedo.

“Marco… sì, insomma…”

“Gioia dimmi…” la esorto con tono dolce.

“Vuoi continuare la convivenza o vorresti tornare a casa?” mi chiede con l’insicurezza negli occhi.

E io con un colpo allo stomaco temo che voglia rispedirmi a casa per riavere i suoi spazi.

“Ti sei già stancata di me?” le chiedo.

“No, anzi! Mi chiedo solo se tu volevi restare qui…”

“E tu lo vuoi?” le chiedo per capire meglio.

“Sì… ma solo se lo vuoi anche tu…”

“Certo che lo voglio! Gioia io voglio stare con te! So che come coppia abbiamo decisamente accelerato i tempi, visto che il giorno che abbiamo iniziato la nostra relazione combacia con l’inizio della nostra convivenza… ma ci conosciamo già, sappiamo le nostre abitudini: ad esempio so che per colazione ti piace il caffè con una torta fatta in casa, per giunta cucinata da te, che quando sei concentrata aggrotti la fronte, che quando sei stressata giochi con il lobo destro dell’orecchio, che quando sei a letto persa nelle tue paure ti raggomitoli in posizione fetale, tranquilla che da oggi ti abbraccerò io per scacciare via tutte le tue paure…” le dico, e nel mentre le elenco le caratteristiche che so di lei, Gioia mi guarda stupita.

“Come io so che abbracci il secondo cuscino mentre dormi, che ti scompigli i capelli quando non ti riesce un passaggio con la chitarra, che sorridi mentre cucini, che ti perdi mentre ascolti un brano…” mi risponde sorprendendomi.

“Lo vedi?” le dico sorridendo mentre la tengo tra le mie braccia “non hai motivo di avere paura. Affrontiamo tutto insieme: le tue paure, i miei scleri, le nostre gelosie, le nostre incomprensioni… tu ed io… noi. Ci stai?” concludo guardandola negli occhi e spostando una ciocca di capelli dal suo viso.

“Ci sto!” mi dice con gli occhi che sorridono.

E la bacio di nuovo. Questo è il nostro nuovo inizio. Chi l’avrebbe mai detto che la pandemia ci avrebbe portato qualcosa di così bello?

Canzone: Rule the world, Take That https://www.youtube.com/watch?v=D9g6WoIGWiY

Storia di una quarantena: Episodio 9. Gioia.

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Siamo arrivati ufficialmente alla Fase 2, dove piano piano, lentamente, ci si riappropria della normalità. Io ancora lavoro da casa e non mi dispiace, posso finalmente andare a trovare mia madre, ma gli amici ancora no, anche se con loro ci mettiamo d’accordo per incontrarci al supermercato, rispettando la distanza di sicurezza.

Ogni volta che vedo o sento Marco è un colpo al cuore: si è ripreso dalla storia finita con Sara, e mi ha anche detto che per ora vuole stare tranquillo; nel mentre mi chiede informazioni sul famoso “tipo” che mi piace, e io ogni volta devo appuntare le caratteristiche di quest’uomo immaginario, per non destare sospetti.

Ora sono in video chiamata con Laura e ovviamente stiamo parlando di Marco:

“Ma perché non glielo dici?”

“Ma sei matta? Sai che figura ci faccio? E poi lo perderei…”

“Secondo me no…” mi dice con uno sguardo strano.

“Laura… c’è qualcosa che tu sai e io no?”

“Io? Nulla…”

“Laura…” le dico fissandola attraverso lo schermo nei suoi occhi verdi.

“Dico che voi due siete due scemi! Vi piacete entrambi, mi mettete in mezzo e…” mi ribatte sbottando.

Il cuore manca di un battito.

“Cos’hai detto?”

“Che mi mettete in mezzo!” risponde imbarazzata.

“No, prima…”

“Che vi piacete!”

“Non prendermi in giro Laura!”

“Non ti prendo in giro! Marco me lo ha confessato qualche giorno fa… tu gli piaci e non come amica!”.

Non riesco a credere a quello che Laura mi sta dicendo. Possibile che io piaccia a Marco e non me sia mai accorta?

“E perché non si fa avanti allora?”

“Perché la cretina della mia migliore amica gli ha fatto credere che le piace un altro!” mi risponde quasi urlando.

E io resto di sasso, perché so che ha ragione.

“Sono una cretina…”

“Confermo!”

“E quel messaggio che mi ha mandato Sara allora?” le chiedo, riferendomi a una foto che Sara mi ha inviato qualche giorno fa di lei e Marco, dicendomi che erano tornati insieme.

“Foto vecchia come Matusalemme! Se solo lo avessi chiesto a Marco!”

“Lo so, ma avevo paura…”

“Fatti avanti, amica mia!”

“Tu dici?”

“Dico!”.

Ad un tratto suonano alla porta e noto che Laura si agita.

“Amica mia, mi sa che hai visite! Io ti lascio… ehm, ciao!”

“Ciao!” dico stupita a uno schermo vuoto visto che Laura ha già interrotto la telefonata.

Sospiro, vado ad aprire e… se non muoio di infarto durante questa pandemia, non muoio più: davanti a me c’è Marco con una valigia, una chitarra, mascherina sul volto e gli occhi che brillano.

“Considerato che teoricamente devo stare 14 giorni in isolamento, ce la fai a sopportare la mia presenza non presenza?” mi chiede “io non so se ce la farò a non prenderti per mano e a darti il nostro primo bacio, soprattutto dopo che ti avrò detto che non ti voglio più solo come migliore amica, ma anche come compagna e amante” aggiunge guardandomi intensamente negli occhi. E io mi devo appoggiare al mobile di ingresso per non cadere.

“Marco… tu sei pazzo! Se ti beccano qui…”

“Ma se io resto chiuso dentro casa tua per 14 giorni senza uscire no!” mi dice “Gioia, l’ho capito che quel tipo sono io, o meglio me lo ha fatto capire Laura… perché non mi hai detto nulla?” mi chiede, mentre entra dentro casa e si toglie la mascherina, restando ad almeno un metro da me. Dio solo sa la forza che mi serve per non fiondarmi tra le sue braccia.

“Perché tu stavi insieme a Sara, che è molto più bella di me, e poi non volevo perdere il mio migliore amico…” gli dico con voce tremante e le lacrime agli occhi.

“Stavo con Sara, è vero… ma Sara non è te, te che mi ascolti, che ci sei, che mi mandi a quel paese senza problemi, che nonostante sai che sto per fare una cazzata e me lo dici mi offri la tua spalla, che ti perdi nella mia musica… e io voglio esserci per te, mandarti a quel paese senza problemi, essere la tua spalla per combinare una cazzata e farti perdere nella mia musica… oltre che non vedo l’ora di baciarti e perdermi in te e nella nostra storia… e ti assicuro che al sol pensiero sento scariche elettriche in tutto il corpo… mi hanno detto che questa cosa si chiama “chimica”… ” mi dice con voce dolce ed occhi che immobilizzano i miei.

Io non ho parole… quello che mi sembrava impossibile sta diventando realtà. Le lacrime iniziano a sgorgare senza freni.

“Gioia, dimmi qualcosa, ti prego…” mi chiede Marco implorante.

“Dovrò fare uno sforzo immane per non baciarti e non abbracciarti nei prossimi quattordici giorni, ma ci sono riuscita per tutto questo tempo, ce la posso fare…”

“Recupereremo, tesoro, fidati!” mi dice con voce suadente e facendomi l’occhiolino.

“Marco! Così non mi aiuti!” ribatto frustrata “e della nostra amicizia? Che ne sarà?”

“Sarà ancora più bello, Gioia. Quando litigheremo ci chiariremo, faremo pace… e non ci perderemo” mi dice Marco dolcemente “Allora? Posso stare qui?”

“E come farai con le video lezioni?”

“Ho il pc con me, e ovviamente ti pago corrente, luce, gas e acqua, spesa… il pianoforte che hai ancora funziona?”

“Sì” gli rispondo titubante.

“Che succede?” mi chiede notando la mia incertezza.

“Marco… questa sarebbe una convivenza… e tu sei allergico… forse dovrei ricordarti come è andata a finire con Sara…”

“Ma Sara non è te, Gioia. E io voglio stare con te”.

Le lacrime riprendono ad uscire.

“Perchè non posso abbracciarti?”

“Perché ne vale della nostra salute… quattordici giorni e poi recupereremo in baci, abbracci e molto altro!” mi dice ammiccando.

“Scemo! Ti accompagno in quella che sarà la tua stanza.”

“Grazie… ma solo per i prossimi quattordici giorni. Dopo mi trasferirò nella tua!” mi dice con tono deciso e io arrossisco.

“Ok”.

E, ancora incredula, lascio uscire il mio migliore amico dalla mia vita e faccio entrare il mio ragazzo.

Sarà dura resistere 14 giorni!

Canzone: Piccola Stella, Ultimo. https://www.youtube.com/watch?v=lVoeJIakscs

Storia di una quarantena: Episodio 8. Marco.

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“Cioè, fammi capire… tu hai detto alla tua migliore amica che se tu fossi al posto di quello che le piace faresti carte false per essere il suo fidanzato?” mi chiede Alessio, il mio migliore amico davanti allo schermo del mio pc durante una videochiamata.

“Esatto…” gli dico prima di buttare giù mezza bottiglia di birra.

“Marco, amico mio carissimo… c’è qualcosa che mi sfugge o che non mi hai detto?” mi domanda Alessio con un sopracciglio alzato.

“Cosa ti avrei dovuto dire?” ribatto io scocciato.

“Mah… forse che per caso ti piace la tua migliore amica?”

“Ma sei scemo? No!” rispondo urlando.

“Oh! Innanzitutto calmati… e poi ne sei proprio sicuro?”

“Sicurissimo!”

“Bene… e perché qualcosa mi dice che appena saprai chi è il fortunato che fa battere il cuore di Gioia tu non vedrai l’ora di andare a pestarlo come l’uva in tempo di vendemmia?” mi incalza dietro ai suoi riccioli biondi che gli velano gli occhi azzurri.

“Perché voglio semplicemente assicurarmi che non faccia soffrire una delle persone a me più care…”

“Bene… allora immagino che non vedrai l’ora di pestare me, visto che prima ho avuto una video chiamata con Gioia e ci siamo dichiarati…”

“Che cosa?” grido stupefatto.

“Hai capito bene… e non vedo l’ora che finisca la quarantena per incontrarla così da amore platonico passiamo ai fatti… non so se mi spiego” ribatte Alessio con tanto di sguardo eloquente e occhiolino.

Nel mentre sento la rabbia salire.

“Tu non la tocchi nemmeno con un dito!”

“Ah no? E perché? A lei piaccio, lei piace a me… e dopo tutta quest’astinenza sarebbe ora di…”

“Io ti spacco la faccia!” gli urlo contro.

A quel punto Alessio inizia a ridere.

“Che ridi?” continuo furibondo.

“C’è che ci ho beccato in pieno amico mio… tu sei cotto della tua migliore amica… e, rilassati. Gioia è una bella ragazza, ma non è il mio tipo. Soprattutto da dopo che ho visto quello che potresti farmi!” mi dice continuando a ridacchiare.

“Stavi scherzando prima?”

“Assolutamente sì, volevo vedere se dicevi la verità… e infatti la tua era una bugia bella e buona…”

“Gesù… Alessio, mi hai fatto perdere dieci anni di vita…” gli dico sospirando mentre mi passo una mano tra i capelli, arruffandoli.

“Ma almeno ora lo ammetti?” mi chiede serio.

Sospiro: davanti a quella che è stata la mia reazione non posso più mentire.

“Sì…”

“E ti ci è voluto tanto ad ammetterlo?”

“Sì! Soprattutto se in gioco c’è la mia amicizia con Gioia…”

“Marco, sai bene che già da ora non lo è più… dal momento in cui hai finalmente capito di provare qualcosa per lei che va oltre” mi dice Alessio.

“Che dovrei fare ora?”

“Provare a farti avanti a poco a poco…”

“Dimentichi un particolare: c’è un tizio per il quale lei è presa…”

“E tu prova a capire chi è, e nel mentre inizia a corteggiarla, in maniera soft, poi vedi che accade…”

“Dici?”

“Dico. Magari chiedi a tua sorella di darti una mano: lei e Gioia sono amiche…”

“Hai ragione! Senti ti lascio e nel mentre togliti dalla testa Gioia!”

“Ma sei cretino o ci fai? Non me ne importa nulla! E comunque se stai già così per lei, sei messo davvero male…”

“Già, ciao Alessio”

“Ciao Marco”.

Chiudo la video chiamata con Alessio e sospiro frustrato. Ma da quando è nato quello che sento per Gioia? Possibile che non me ne sia reso conto? E possibile che ci sono voluti Sara e Alessio per farmelo capire? Ma soprattutto: ora come farò con lei?

Prendo il telefono e chiamo mia sorella:

“Fratellone! Qual buon vento?” mi risponde allegra.

“Laura, devo parlarti di una cosa…”.

Canzone: La stella più fragile dell’universo, Ultimo. https://www.youtube.com/watch?v=xgTBKe5nRuw

Storia di una quarantena: Episodio 7. Gioia.

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Marco è davanti a me attraverso lo schermo, e dietro la sua tranquillità noto amarezza nei suoi occhi. Mi aveva raccontato nei giorni scorsi che non aveva preso bene la decisione di Sara di andare a vivere da lui e anche che non facevano altro che discutere, ma da quelle confidenze a decidere di troncare una relazione di due anni… devo dire che mi ha spiazzata.

Dentro di me dovrei essere felice, ma davanti alla tristezza della persona a cui tengo di più lo stomaco si contorce.

“Come stai?” gli chiedo.

“Ancora non ci credo… cioè, non pensavo che con Sara sarei arrivato fino a questo punto… però questa convivenza ci ha portati a tirar fuori il peggio di noi…” mi risponde scompigliandosi ancora di più i suoi capelli ribelli.

“Magari avete fatto il passo più lungo della gamba… usa questi giorni per capire se ancora ci tieni a lei e poi magari chiamala… vedi quello che prova lei e decidete cosa fare, se magari ricominciare a piccoli passi o lasciare così…”.

Marco mi guarda attraverso lo schermo stupito:

“Sai che non mi aspettavo che mi dicessi questo?”

“E perché?” gli chiedo curiosa.

“Perché tu e Sara non siete mai andate d’accordo, e ora tu mi dici di vedere se con lei c’è qualche possibilità di riprovarci?”

“Ti ricordo che sono io che a Sara non stavo simpatica, io ho reagito di conseguenza. Però sto cercando di mettermi nei suoi panni: come reagirei io se il mio ragazzo trascorresse un’ora al giorno con la sua migliore amica? E mi dico che forse anche io sarei gelosa, non dell’amica stessa, ma del rapporto che ha con lei… quando siete stati insieme in questo mese di convivenza, cosa facevate?”.

Marco sospira.

“Discutere per delle cose stupide, per poi fare pace prima di andare a dormire, solo che la mattina seguente ricominciavamo…”

“E perché?”

“Perché in fondo non mi è mai andata giù questa storia della convivenza, e anche il fatto che Sara non si sia mai interessata veramente a ciò che faccio… sai che ogni volta che iniziavo a suonare mi rompeva le scatole perché “facevo rumore”? Non musica, rumore!” mi racconta sconcertato.

“Beh, guarda il lato positivo: non si è avvicinata a te perché fai il musicista…” gli ribatto ironicamente.

“Sì, ma un conto e non essere appassionati della stessa cosa, un conto e non capirci nulla e arrivare a detestarla! Sia chiaro, non che io voglia accanto a me una persona che deve amare per forza quello che faccio, ma nemmeno denigrarlo!” mi dice.

“Beh, in effetti…” gli dico mentre mi alzo per prendere una birra dal frigo.

“Gioia… so che sto per dire qualcosa che a voi donne può far diventare le creature più dolci del mondo o la bambina dell’Esorcista… ma, sbaglio o sei dimagrita?” mi chiede Marco. E io resto colpita dal fatto che se ne sia accorto semplicemente guardandomi da uno schermo.

“Veramente sì… ho perso due chili… con tua sorella e mia mamma ci diamo appuntamento tre volte a settimana per fare ginnastica insieme. E poi per andare a fare la spesa vado a piedi”

“Stai molto bene… cioè, non che prima non stavi bene…” mi dice imbarazzato. E io scoppio a ridere.

“Marco, tranquillo! Diciamo che ad inizio quarantena non mi vedevo bene e, motivata da mia mamma ho deciso di prendermi cura di me…”

“C’è di mezzo un ragazzo?” mi chiede con occhi sornioni.

“Ma perché di fronte a un cambio di una donna ci deve essere per forza un uomo?” gli ribatto io.

“Mah, dicevo così per dire…”

“E comunque, sì, c’è!”

“Cosa? E perché io non ne so nulla?” mi chiede quasi infastidito.

“Perché non ho mai avuto modo di parlartene…” gli dico imbarazzata.

“E chi sarebbe questo tipo? Lo conosco?”

“No” mento.

“Ma lui sa che ti piace?”

“Ehm.. no” questa è la verità.

“E perché non ti fai avanti?”

“Perché a lui non interesso, e perché non sono questo granché di donna…”

“Ma che dici? Tu sei speciale, Gioia, sai ascoltare, hai ironia, e io mi trovo benissimo a parlare con te… e poi anche fisicamente non sei male…”.

Il cuore manca di un battito quando ascolto Marco.

“Davvero?” gli chiedo mentre sento le guance andare in fiamme.

“Sì… e ti dico anche che sono invidioso di questo tipo…”

“E… perché?” gli chiedo mentre credo di non sentire più i battiti.

“Perché già sono fortunato io ad averti come amica, figuriamoci quest’uomo quanto lo sarà quando avrà tutte le tue attenzioni dopo che lo avrai conquistato. Io pagherei oro per avere una donna come te al mio fianco”.

Ok, credo che sto per avere un infarto.

Canzone: Una poesia anche per te, Elisa. https://www.youtube.com/watch?v=Ol8pdwcPBXE

Storia di una quarantena: Episodio 6. Marco.

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“Per quanto andrà avanti questa storia dell’aperitivo a distanza con la tua amica?” mi chiede seccata Sara mentre è stesa sul divano in soggiorno.

Ormai è trascorso un mese dall’inizio del lock down, e Sara ogni volta mi stressa con questa storia.

“Fino a quando non potremo farlo dal vivo e vederci quando vogliamo” le ribatto a tono mentre sono seduto in poltrona e guardandola negli occhi.

“Peccato che non ti sia mai chiesto se io ne sono felice o no…”

“Ma che cosa ti ha fatto Gioia si può sapere?” le chiedo scocciato.

“C’è che appena ti scrive o appena ti chiama tu corri da lei!” mi risponde con rabbia.

“E non facevo la stessa cosa con te?”

“Hai detto bene: facevi…”

“Beh, perché forse ti sei auto invitata a casa mia senza chiedere la mia opinione e giudichi ogni cosa che faccio!”

“Ancora con questa storia? Marco, sono passate tre settimane!”

“E tu non mi lasci respirare!”

“E per te “lasciarti respirare” significa tradirmi con la tua migliore amica?”

“Ma che stai dicendo? Gioia e io ci sentiamo ogni giorno per l’aperitivo, parliamo e basta, mentre con te ci sto tutto il giorno e la notte nello stesso letto quando non provo o sono impegnato con le lezioni con i miei allievi!”

“Sì, ma non mi pare che tu mi dia molte attenzioni….” mi dice amareggiata.

“Sara… questo è un periodo tosto per tutti… e poi cerca di capire: tu ed io un passo del genere non lo avevamo ancora pensato, e farlo in un tempo come questo, dove si è costretti a stare 24 ore su 24 insieme, senza poter uscire e prendere un po’ d’aria… già la convivenza è un passo enorme, con una situazione come questa è estremo…” le rispondo con tono comprensivo.

“E forse ho sbagliato anche il momento per noi…” mi dice con un filo di voce.

“Cosa vuoi dire?” le chiedo allarmato.

“Ti vedo con la testa altrove: la tua musica, i tuoi allievi, tua sorella, la tua amica… e io non ci sono…” mi dice con tono amareggiato “sai, ho pensato che la convivenza ci aiutasse… ma invece ci ha portarti ad allontanarci sempre di più…”

“Sara, cosa stai cercando di dirmi?”

“Che forse è il caso che torni a casa mia… magari con la lontananza capirai che ti manco… e che tu manchi a me…”.

La guardo sbigottito e inizia a crescere in me l’amarezza per non aver compreso le sue richieste di attenzioni nascoste nelle critiche verso il mio rapporto con Gioia; forse davvero non le ho dedicato molto tempo e me ne sto pentendo.

“Capirai che la tua amica non conta più di me, che è me che vuoi, anche perché, con tutto il rispetto, solo uno scemo potrebbe scegliere lei a me…”.

“Ma che cosa dici? Ora cosa c’entra Gioia? E poi non ti permetto di parlare così della mia migliore amica!” le dico in tono rabbioso. In pochi istanti è riuscita ad abbattere l’idea di chiederle scusa e di restare per provare di nuovo la convivenza con un atteggiamento diverso.

“Ecco, lo vedi? La difendi anche!”

“Certo che la difendo, soprattutto con persone come te!”

“Come me? E come sarei io?”

“Superficiale e invidiosa del mio rapporto con lei, visto che tu non hai un’amica o un amico con il quale hai un rapporto del genere! E sì, hai ragione: è meglio che torni a casa tua, e soprattutto, è meglio che tra me e te finisca qui!”

“Mi stai lasciando?”

“Esattamente! E ora, se mi fai il favore, saresti pregata di fare le tue valigie ed andartene” le dico in tono rabbioso indicandole la porta di ingresso di casa mia, ma allo stesso tempo sento un macigno liberarsi da dentro di me. Lei mi guarda con occhi di sfida.

“Sai che non lo posso fare…”

“Perché?” le chiedo aggrottando la fronte.

“Perchè con la fase 1 non posso spostarmi…” mi risponde con un ghigno.

“Ma se io informo le forze dell’ordine che tu non sei né residente né domiciliata qui sì…” le rispondo a tono.

“Tu non saresti capace di farlo…”

“Scommettiamo?” le dico prendendo il telefono.

Lei mi guarda stupita.

“Hai vinto la battaglia, ma non la guerra…”

“Non sarei così sicuro… e ora, mi faresti la cortesia di andare a raccogliere le tue cose ed andartene?”.

E in meno di due ore Sara va via da casa mia, sancendo la fine della nostra relazione; e io non mi sento né addolorato, né triste, solo un po’ amareggiato, come invece dovrebbe essere. Prendo il telefono e chiamo Gioia:

“Ehi! Che succede?”

“Ho mandato via Sara, e con lei ho chiuso la nostra storia”

“Che cosa? E tu come stai?”

Guardo l’ora e poi le rispondo:

“Ti va se anticipiamo di un’ora il nostro aperitivo in video chiamata?” le chiedo.

“Per te farei qualsiasi cosa, lo sai” mi risponde Gioia. E io sono felice.

Canzone: Whatever It Takes, Imagine Dragons. https://www.youtube.com/watch?v=gOsM-DYAEhY

Storia di una quarantena: Episodio 5. Gioia.

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“Allora, alla tua salute amica mia!” mi dice Marco in videochiamata facendomi cenno con la sua bottiglia di birra.

“Alla tua salute, amico mio!” rispondo io.

Ormai il nostro “aperitivo a distanza” è diventata una piacevole abitudine; è trascorsa una settimana da quando Marco ed io abbiamo iniziato e ne sono felice.

Da quello che noto dallo schermo, lui come me ha scelto come location preferita per il nostro appuntamento il balcone: ad inizio quarantena era un simbolo per esorcizzare quello che stava succedendo, con la gente che cantava, ma poi la gravità della situazione ha portato le persone a non farlo più. E ora, almeno per me, rappresenta quella possibilità di aria e di libertà che ancora non ci si può permettere stando per strada.

“Allora, che mi racconti? Come va con le grafiche?” mi chiede Marco tra un sorso e un altro di birra.

“Bene, alla fine lavorare da casa non è così male, tranne quando la connessione fa i capricci… e tu con i tuoi allievi?”

“Molto bene, anche noi a volte abbiamo problemi di connessione, ma ridiamo come matti e riusciamo a stemperare la tensione”

“Tu sei bravissimo in questo e poi i tuoi allievi ti adorano, li fai sentire a loro agio”

“E tu cosa ne sai?” mi chiede alzando un sopracciglio.

“Dimentichi che ne conosco alcuni… l’altro giorno, quando tornavo dal supermercato, ho incontrato la mamma di Michele e mi ha chiesto di te, dicendomi che Michele è felicissimo delle lezioni”

“Mi fa piacere” mi dice adombrandosi mentre i suoi ricci castani gli ricadono sugli occhi.

“Ehi, che succede?” gli chiedo.

“Succede che ora è Sara che vuole andare a fare la spesa, così io non ho possibilità di uscire” mi risponde sconsolato.

“E se provi a dirglielo spiegandole le tue ragioni? Magari lo comprende e uscite una volta ciascuno…”

“In realtà glielo avevo già detto, e lei mi ha detto che era d’accordo, poi l’altro giorno mi sono svegliato, convinto di uscire e dell’appuntamento che avevo con te per incontrarci al supermercato, ma lei era già uscita, lasciandomi un biglietto dicendo che era andata lei al supermercato” mi risponde amareggiato.

Ho un presentimento, ma non glielo dico, non vorrei che per causa mia litigasse di nuovo con Sara.

“Secondo me lo fa per non farci incontrare, già non digerisce la storia dell’aperitivo…” aggiunge Marco, come se mi avesse letto nel pensiero.

“Ma no, dai! Cosa vai a pensare, Marco?” mento.

“Ammettilo che lo hai pensato anche tu” mi dice puntandomi l’indice e con uno sguardo al quale non so dire bugie.

“Ok, lo ammetto… però, Marco, sono solo nostre supposizioni, e poi magari lei ha ragione…”

“In che senso scusa?” mi chiede accigliato.

“Beh, che hai un appuntamento fisso con me, e poi facciamo in modo di incontrarci al supermercato… io se fossi la tua ragazza, un po’ gelosa lo sarei…”

“Gioia! Non stiamo facendo nulla di male! Siamo amici da vent’anni e tra noi non c’è nulla! Di cosa dovrebbe essere gelosa la donna che vive 24 ore su 24 con me?” mi chiede retoricamente con un tono brusco. E io ci resto male.

“Nulla…” dico sussurrando e abbassando la testa.

“Ehi, scusa ho esagerato con il tono, ma questa quarantena mi rende nervoso… ho detto qualcosa di sbagliato?”

“Nulla, Marco! Siamo amici, no? E poi una ragazza bellissima come Sara può essere gelosa di me?” gli chiedo acida.

“Gioia…”

“Devo andare, Marco. Ho una telefonata con mia madre. A domani” chiudo senza nemmeno ascoltare il suo saluto.

Ma che mi è preso? Marco ha detto una cosa ovvia! Lui ed io siamo amici, e per giunta ha già una ragazza, per giunta bellissima. Che mi credo di fare? Una scenata di gelosia rischiando di perdere il mio amico?

Provo a richiamarlo.

“Che succede?”

“Scusami per prima, sono stata un’idiota”

“Gioia, ho sbagliato anche io a rivolgermi a te con quel tono, scusami. Io ci sono sempre per te, non dubitarne mai, ok? Ti voglio bene, ci tengo a te e non voglio perderti” mi dice con tono dolce.

“Nemmeno io…” gli dico mentre una lacrima scende sulla guancia.

“Va tutto bene… cavoli, quanto vorrei essere lì per perdermi in un tuo abbraccio…” mi sussurra Marco e io ho un brivido.

“Anche io…”

“Allora sarà la prima cosa che faremo quando saranno riammessi gli abbracci. Ti voglio bene, testona!”

“Anche io, Marco, non sai quanto!”

“A domani, Gioia”

“Ciao, Marco”.

Già, non sai quanto ti voglio bene, Marco… così tanto che forse ti amo.

Canzone: Vuoi vedere che ti amo, Gianluca Grignani e L’Aura. https://www.youtube.com/watch?v=W6vlv9OrMbc

Storia di una quarantena: Episodio 4. Marco.

In evidenza

Terzo giorno di quarantena, io sono in fila davanti al supermercato e ancora non credo ai miei occhi: sembra quasi un film, ma non lo è, tutti con mascherine, guanti e distanziati almeno di un metro, per non parlare delle strade deserte e del silenzio irreale che ci avvolge; se qualcuno anche solo due settimane fa mi avesse detto che saremmo finiti così non ci avrei creduto.

Mi guardo attorno, sperando di vedere arrivare Gioia, alla quale ho dato appuntamento qui ieri sera durante una nostra breve telefonata, dopo che ho parlato con mia sorella Laura: mi ha detto che Gioia soffre per questa distanza, e in realtà ne soffro anche io; ho provato anche a parlarne con Sara, per farle capire che non posso fare a meno della mia migliore amica, ma puntualmente lei ha deviato il discorso; devo capire come fare. E finalmente la vedo arrivare e prendere posto dietro di me, anche lei con guanti e mascherina, ma nonostante tre quarti del viso siano coperti, i suoi occhi brillano quando mi vede, e credo anche i miei.

“Come stai?” le chiedo.

“Sto iniziando a famigliarizzare con questa nuova situazione. Tu? Come fai con il tuo lavoro?” mi chiede a sua volta.

Io sono un musicista, e quando non sono in tour con alcuni cantanti che hanno raggiunto un certo livello, insegno ai bambini chitarra, pianoforte e basso.

“Mi sto organizzando con i miei allievi per le lezioni online, mentre i concerti per ora tutti rimandati a data da destinarsi”

“Mi dispiace” dice amareggiata.

“Ehi, quando vuoi mi puoi chiedere di suonare per te, lo sai?” ribatto con dolcezza. A Gioia piace tantissimo la musica, e vedere il suo viso mentre suono è pura poesia, al contrario di Sara, alla quale non interessa più di tanto.

“Certo! Ma Sara te lo permette?” mi chiede.

“Sara deve capire che è un’ospite e che non le ho chiesto io di trasferirsi da me. Se non le sta bene quello che faccio, può tornare a casa sua” le rispondo e Gioia sembra tranquillizzarsi.

“Come sta andando la convivenza?”

“Non benissimo. Sarà che non mi aspettavo questa cosa… ma discutiamo spesso”

“Mi dispiace”

“Dai, che in fondo ne sei felice!”

“No, se tu ci stai male” mi risponde guardandomi dritto negli occhi, e io ne rimango colpito. Ma ha sempre avuto quegli occhi così belli? Possibile che io non me ne sia mai accorto?

“Hai sentito quanto si è alzato il numero dei contagiati?” le chiedo per cambiare discorso.

“Già… per non parlare delle vittime… poveri famigliari…”

“Già… senti, la mia proposta per l’aperitivo a distanza è ancora valida. Ti va se iniziamo da stasera? Verso le 19?”

“E Sara non avrà da ridire?”

“Sara dovrà rispettare le mie scelte e il fatto che voglio stare almeno una mezz’ora al giorno con i miei amici, e tu sei la mia migliore amica. Allora, ci stai?” le dico con tono deciso.

“Sì” mi dice con voce flebile, e scommetto che le sue guance si sono arrossate. Nel mentre ho un brivido.

“Perfetto, a stasera allora” le dico mentre è il mio turno per entrare al supermercato.

“Ciao Marco”.

Ho di nuovo la mia amica, e ne sono felice, così tanto che sento una morsa piacevole allo stomaco, non mi è mai successo prima di oggi.

Canzone: La storia del mondo, Nek. https://www.youtube.com/watch?v=Pc4fHL7R7bM

Storia di una quarantena: Episodio 3. Gioia.

In evidenza

Questa notte non ho dormito e le ragioni sono tante: questa quarantena forzata che è iniziata, io che sono isolata dalle persone che amo, incluso il mio migliore amico che ha avuto come sorpresa la sua ragazza che, approfittando di questa situazione, si è trasferita a casa sua, e questo sta a significare che le nostre chiacchierate si ridurranno drasticamente.

Sospiro sconsolata mentre bevo il primo caffè della giornata, quando ad un tratto squilla il telefono: è mia madre.

“Mamma…”

“Ciao, tesoro! Come stai?”

“Bene…” mento.

“Gioia, lo sai che non sai dire le bugie, vero?” ribatte lei sospirando.

“Sì, lo so”

“Che succede?”

“Tutta questa nuova situazione mi fa paura, mamma… e poi sono sola”

“Non ho pensato a dirti di venire da me ieri, scusami…”

“Mamma, ormai sono due anni che vivo da sola. Tornare a casa avrebbe scombussolato gli equilibri, e poi possiamo sempre sentirci, no?”

“Certo! E puoi chiamare tutte le volte che vuoi, bambina mia…” mi dice, nonostante io abbia superato i trenta da un anno e mezzo.

“E la stessa cosa vale per te” le rispondo.

“Marco?”

“Marco è a casa sua e ieri sera si è presentata la sua ragazza per trasferirsi da lui…”

“Figurati! Ne ha approfittato subito!” ribatte mia mamma e a me viene da ridere “Tesoro, tu lo sai che ti voglio bene, ma sai anche cosa ne penso di te e Marco… perché non glielo dici?”

“Perché lo perderei mamma!”

“E se invece fosse un’occasione per lui per capire che prova esattamente lo stesso che provi tu per lui?”

“Non diciamo cavolate, mamma! Ma l’hai vista Sara? E hai visto me?”

“Beh, tu cos’hai che non va?”

“Io sono anonima, mamma, per non parlare di qualche chilo in più che ho, mentre Sara…”

“Sara è un palo della luce, fissata con semi e germogli… secondo me, con questa convivenza che sta imponendo a Marco, lui si accorgerà dell’errore che sta facendo. E in quanto a te, signorina, se c’è qualcosa che non ti piace di te, cambialo! Magari approfitta che sei a casa, quando non lavori, di iniziare a fare qualche esercizio. E se vuoi lo farò anche io con te! Che ne dici?”

Non so come mai, ma le parole di mia mamma mi svegliano dal torpore.

“Dico che ci sto! Ti va se coinvolgo anche Laura?” le chiedo.

“Certo! Così ci motiviamo a vicenda!”

“Allora appena chiudo la telefonata con te la chiamo… grazie mamma!”

“E di cosa? Sei la mia bambina, e voglio che tu sia felice! E questo è solo il primo passo… poi dovrai farti avanti con Marco, lo sai?”

“Non molli, eh?” le dico sospirando mentre poso la tazzina del caffè nel lavandino della cucina.

“No, se si tratta della felicità di mia figlia” ribatte lei e a me viene da piangere.

“Ti voglio bene, mamma”

“Anche io”.

Chiamo Laura, la mia amica che conosco da almeno vent’anni, nonché sorella di Marco, e la coinvolgo.

“Certo, Gioia! Ci sto!”

“Benissimo!”

“Sei riuscita a sentire Marco?”

“No… a dir la verità non mi sono fatta viva… ora sarà occupato con Sara…” le rispondo mentre cammino avanti e indietro per il soggiorno.

“E figurati se gli lascia un minuto d’aria! Io gliel’ho detto ieri sera che doveva rimandarla a casa…”

“Sei riuscita a sentirlo?”

“Sì, ma ci siamo scambiati solo pochi messaggi”

“E che ti ha detto?”

“Che gli dispiace della situazione che si è creata con te, ma con il fatto che a Sara non vai a genio non sa come fare…”

“Potrebbe semplicemente mandarmi un messaggio o una breve telefonata, almeno so che ho ancora un amico” ribatto seccata.

“Dai, se ci riesco provo a parlarci io… “

“Grazie, Laura!”

“E poi non sarebbe male averti come cognata… almeno non avrei Sara!”

“Grazie, eh?! E comunque lo sai che Marco e io siamo solo amici” le rispondo mentre le mie guance vanno in fiamme.

“Sì, e io sono Monica Bellucci! Non demordere, amica mia! Allora ad oggi pomeriggio per la ginnastica a distanza!”

“Già rido!”

“Anche io! E ti faccio sapere se sono riuscita a sentire mio fratello!”

“Grazie! Ehm… Laura, non ti darebbe fastidio se tuo fratello e io in un mondo parallelo ci mettessimo insieme?” le chiedo sulle spine.

“In un mondo parallelo sì…”.

Ecco, lo sapevo! Al solo ascoltare quelle parole mi si gela il sangue.

“In questo no!” aggiunge, e dal tono di voce capisco che sta sorridendo.

“Grazie, amica mia”

“A te! E a dopo per la nostra ora di ginnastica!”.

Chiudo la telefonata e sospiro: non so nemmeno io in quale situazione mi stia cacciando. Ma mi manca il mio migliore amico, e sentirlo ogni tanto non significherà togliere tempo a Sara.

Canzone: Fai rumore, Diodato. https://www.youtube.com/watch?v=Ogyi0GPR_Ik

Storia di una quarantena: Episodio 2. Marco.

In evidenza

“Che cosa ti è saltato in mente?” urlo a Sara appena chiudo la telefonata con Gioia e noto accanto a lei due valigie. Lei come se nulla fosse entra immergendosi nell’open space dove abito.

Non posso credere che Sara abbia preso una decisione così importante senza avermelo nemmeno detto.

“Oh, grazie! Però non manifestare così tanto entusiasmo per questa idea che ho avuto!” mi replica stizzita mentre si aggiusta la sua chioma bionda e si siede sul divano di ecopelle rosso.

“Almeno potevi chiedere la mia opinione prima di decidere!” ribatto io furente restando in piedi.

“Lo avrei fatto se tu non stavi al telefono con quell’antipatica della tua amica. A proposito: lo sai che sta diventando una palla al piede, sì? Dovrebbe capire che hai una ragazza e che dovresti dedicare il tuo tempo a me invece che a lei!”.

Solo a sentire quelle parole la rabbia cresce sempre di più. Sono consapevole che Sara non sopporti Gioia e il rapporto che ho con lei, ma Gioia è mia amica, ci tengo e per nessuna ragione al mondo la metterei da parte, tanto meno per una donna.

“Innanzitutto non ti permetto di parlare così della mia migliore amica, e poi non è che tu ed io anche se stiamo insieme dobbiamo stare appiccicati tutto il tempo!”

“Io ti starei appiccicata tutto il tempo? Ok, se la metti così torno a casa mia…” mi dice voltandosi per andarsene.

“No, aspetta, Sara…” le dico trattenendola per un braccio “resta”

“Cos’è? Hai cambiato già idea?” mi dice ancora offesa per la mia reazione.

“Lo sai che a me non piacciono le novità… e questa lo è… se ci pensi, questa sarebbe una convivenza…” le dico guardandola negli occhi, cercando di farle capire la mia posizione.

“Beh… diciamo che questa è una prova generale… se a fine quarantena sarà andata bene, possiamo decidere di renderla stabile, che ne dici?” mi dice mentre strattona la mia maglietta e mi guarda con i suoi occhi da cerbiatto.

Che la mia ragazza è bella, lo so da me: ci siamo conosciuti nella palestra dove lei lavora e io mi vado ad allenare; fisico statuario, viso incantevole, sicura di sé e dell’effetto che ha sugli uomini. Inutile dire che la sera che ci siamo conosciuti siamo finiti a letto insieme.

“Prima devo finire la mia telefonata con Gioia…” le dico.

“Gioia è un’amica e può aspettare… io che sono la tua donna no!” mi risponde.

Canzone: Libero, Fabrizio Moro. https://www.youtube.com/watch?v=IUuUF1hTP_I

Storia di una quarantena: Episodio 1. Gioia.

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Sono a casa e ho appena ascoltato la conferenza del premier: da domani tutta l’Italia sarà zona rossa e sarà possibile uscire solo per motivi di salute e per fare la spesa.

Sospiro sconsolata quando ad un tratto il mio telefono squilla:

“Marco!”

“Gioia, hai ascoltato la conferenza?” mi chiede preoccupato il mio migliore amico, la mia spalla, colui per il quale sento qualcosa che va oltre l’amicizia ma a cui non ho mai detto nulla per paura di perderlo. Lui che abita a duecento metri da casa mia, in una piccola cittadina a qualche chilometro dalla Capitale.

“Purtroppo sì… significa che tu ed io non ci possiamo vedere” gli rispondo sconsolata.

“Già… sarà triste non vedersi, però dai, possiamo videochiamarci quando vogliamo, no? Io lavorerò da casa, e tu?”

“Anche io… tanto le grafiche per la rivista le posso curare anche da qui… certo che possiamo sentirci quando vogliamo, però so già che mi sentirò sola…”

“Dai, Gioia, sarà solo per un periodo! Quando tutto questo sarà finito potremmo tornare a vederci!” mi dice.

“La fai facile tu!”

“Guarda che la situazione è difficile anche per me!” mi risponde con un tono duro.

“Certo, tu hai anche Sara che non puoi vedere” ribatto con un filo di stizza, alludendo alla sua ragazza, bella come una star di Hollywood, bionda, occhi azzurri e con un fisico da urlo, mentre io ho qualche chilo che dovrei togliere, un aspetto da ragazza anonima con capelli e occhi castani; lei che, devo riconoscere, insieme a lui fanno una bella coppia a livello estetico, con lui che ha la bellezza mediterranea, moro, fisico asciutto e quel filo di barba che lo rende ancora più attraente; senza contare che a lei non sono andata a genio fin dal primo attimo che Marco ci ha presentate.

“Lo so che Sara non ti è simpatica…”

“Perché io non sono simpatica a lei!” puntualizzo.

“Gioia… io voglio bene ad entrambe e mi dispiace che voi non andiate d’accordo…”

“A lei lo hai detto?”

“Sì, e mi ha detto che proverà a far migliorare il vostro rapporto per me…”

“Ci proverò anche io allora…”

“Grazie… non sai quanto è importante per me”

“Però mi prometti che almeno una volta a settimana facciamo un aperitivo in videochiamata?”

“Promesso!” mi dice.

Ad un tratto sento che suonano alla sua porta.

“Aspetta, Gioia, vado a vedere chi è… Sara?! Che ci fai qui?” sento dire dall’altro capo del telefono.

“Ho provato a chiamarti ma era occupato, infatti vedo che sei al telefono, e ho pensato, visto le restrizioni, di trasferirmi da te così non saremo separati, che ne dici, amore?” ascolto la voce insopportabile di Sara e la rabbia sale dentro di me.

“Gioia, scusami, posso richiamarti?” mi chiede Marco.

“Certo! Tranquillo! Non ti preoccupare!”

“A dopo!”

“A dopo…” gli dico prima di chiudere la chiamata sconsolata.

Questa quarantena inizia nel migliore dei modi…

Canzone: Finirà bene, Ermal Meta. https://www.youtube.com/watch?v=wJfRmcWGha0

Buon compleanno Appunti In Tasca!

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A volte capita di dimenticare delle date, anche importanti, poi c’è un social che te lo ricorda. Non nego che per me è avvenuto così.

Però oggi è un compleanno speciale, quello della nascita della pagina di facebook di Appunti In Tasca, un modo in più per far conoscere questa piccola realtà fatta di parole messe nero su bianco. Una piccola scommessa con me stessa e con il modo a me più congeniale per comunicare: la scrittura.

Un anno pieno di Appunti, di pensieri, e anche di un altro progetto che mi ha fatto rallentare la produzione di piccoli stralci di vita quotidiana: un romanzo. Già, diciamo che mi piacciono le sfide 😉 e ora sono giunta alla fine della prima stesura, dovrò rivedere alcune cose e poi mi avventurerò nel mondo dell’editoria, per cercare qualcuno che pubblichi la mia storia.

Intanto colgo l’occasione per ringraziare chiunque abbia letto anche solo uno dei miei Appunti, chi mi ha sostenuto e chi mi ha dato fiducia.

Spero di tornare a pubblicare presto nuovi Appunti.

Intanto… GRAZIE 🙂

Meris.

Canzone: Perdonare, Nek. https://www.youtube.com/watch?v=srVLqLeGd9M

Andrà tutto bene.

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C’è senso di smarrimento in questo giorni: abitudini stravolte, quotidianità completamente cambiate, senso di incertezza per il domani.

Mi chiedo come vorrei sentirmi quando questa tempesta sarà passata, quando ci sarà da ricostruire: sicuramente migliore, e per esserlo bisogna scavare a fondo e vedere cosa c’è da cambiare, cosa da migliorare e cosa da togliere.

La paura, se non domata, rischia di forgiare in maniera sbagliata un’anima; ma se indirizzata verso ciò che conta e verso i propri desideri (in fondo la paura è un’energia, e noi possiamo decidere se positiva o negativa), può essere la migliore alleata.

Hai paura per le persone a te più care? Cerca un modo per star loro vicino, anche se non puoi farlo fisicamente. Hai paura per il tuo domani? Dedicati oggi a ciò che ami più fare, che sia leggere, scrivere, cucinare, cantare, suonare… qualunque cosa tu voglia, e stavolta non hai la scusa che non hai tempo.

E penso solo che da tutta questa storia vorrei uscire con più umanità, più comprensione e più attenzione verso l’altro, per essere semplicemente migliore di ciò che sono stata finora.

Canzone: Fino All’Imbrunire, Negramaro. https://www.youtube.com/watch?v=Djk4Obv0C7o

Scrivimi.

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Quando inizi a leggere scritti di un autore e lui ti annuncia timidamente che a breve uscirà un nuovo libro, se sei un/a lettore/lettrice incallito/a manca solo che fai il conto alla rovescia meglio di ogni Capodanno.

Poi quel libro finalmente esce, arriva tra le tue mani e inizi a leggerlo. C’è una parte razionale di te che, a causa dell’attesa che di conseguenza crea anche aspettativa, cerca il neo, ciò che non va nella storia. Ma poi, piano piano, andando avanti con la lettura, scopri una storia che ti conquista.

Sto parlando di Scrivimi, il nuovo libro di Paolo Longarini, edito dalla HarperCollins. Narra la storia di Fabrizio De Santis, erede di un’illustre famiglia di notai che da secoli presiede alla stipula di atti e contratti a Milano. Ha scoperto un’irregolarità in un documento redatto dallo studio e ha deciso di denunciarsi alle autorità competenti. Ma proprio mentre è alla sbarra, pronto a costituirsi e affrontare le conseguenze del proprio gesto, irrompe suo padre, che non ha mai mostrato particolare entusiasmo per quel figlio sognatore, svagato e buono. Lo afferra per un braccio e, senza fargli finire la sua deposizione spontanea, lo trascina via rivelandogli quello che era chiaro a tutti tranne che a lui: l’irregolarità c’era, e tutto lo studio lo ha sempre saputo, sfruttandola per arricchirsi. Fabrizio obietta e il padre può fare quello che desiderava da tempo: lo disereda e obbliga Loris, il suo guardaspalle, un passato tra criminalità e guerra del Vietnam, ad allontanarlo da Milano. Per sua fortuna Fabrizio ha un angelo custode: il suo migliore amico Saverio, che gli affida un casale un po’ diroccato nei pressi di San Gimignano. Caterina Vanoli invece vive a Boston, dove insegna architettura del paesaggio. Non è un buon periodo. La madre è scomparsa da poco. Il fidanzato con cui è stata cinque anni l’ha lasciata. Per telefono. E il suo sacerdote di riferimento, padre Joseph (che al liceo era stato il fidanzatino di Caterina), deve farle una rivelazione: l’uomo anaffettivo e violento che l’ha cresciuta non era suo padre. Suo padre era, o forse è, italiano, toscano e viene da un paesino medievale chiamato San Gimignano… Si innesca così la catena di formidabili coincidenze che porterà a incrociarsi le strade dei due protagonisti. Il resto lo lascio scoprire a voi.

Se chi ha scritto un libro ha la capacità di catapultarti nella storia, facendoti essere ora a Boston, ora a Milano, ora a San Gimignano (no, Bankok non c’è, mi spiace), ora a Roma; se descrive le ricette così bene da farti venire fame ed accompagnare il tutto con un buon calice di vino; se l’autore ha la capacità di descrivere i personaggi della storia così bene che ti sembra di vederli davanti a te, se ti fa piangere, ridere e amare i personaggi e la storia da lui costruiti, allora sì che quello che hai tra le mani è un bel libro.

E, sì, Paolo, hai scritto davvero un bel libro.

Canzone: Che vita meravigliosa, Diodato. https://www.youtube.com/watch?v=3vugZjDZeWs

Davanti allo specchio.

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Cara me, non so da quanto tempo non ti rivolgo parola, ma di sicuro è la prima volta che ti scrivo.

Nell’ultimo periodo ci sono stati tanti cambiamenti, tu in primis sei cambiata, mettendo da parte ciò che hai di più caro al mondo.

Ti stavi perdendo, mettendo solo la testa e non il cuore nelle cose che facevi, perché prima c’era il dovere e poi il piacere, perché è arrivata l’ora di crescere. Ma quando ci metti solo la testa, tu non ci sei. E dove sei ora?

Per crescere bisogna sempre restare un po’ bambini, e i bambini immaginano, giocano e sognano. Tu cosa sogni? Ce l’hai ancora un sogno da tenere stretto, vero? Sì che ce l’hai, lo so bene; e so anche che ci stai lavorando su, piano piano, con i tuoi tempi.

L’anno che sta per volgere al termine è stato faticoso, pieno di cose belle, di chilometri macinati per concerti e di corde vocali lasciate sotto un palco, ma anche di insidie, e davanti a quelle tu hai deciso di fare quello che ti riesce meglio: non andare fino in fondo, mollare; ed è successo che ti sei persa, che non sai più dove andare.

Sei caduta e non hai trovato più un appiglio dove aggrapparti per risalire. Anche il punto dove rivolgevi lo sguardo per trovare la stella che ti indicasse il cammino è pieno di nuvole che le tue paure e le tue insicurezze hanno fatto addensare. Ma sai che basta un bel soffio di vento per scacciarle via. Quella stella c’è, lo sai, basta solo liberarla.

C’è un foglio bianco davanti a te, ricomincia a scrivere ciò che ti passa per la testa e nella tasca destra in alto.

Come sai benissimo che ci sarà di nuovo quel bagliore negli occhi, quelli che ora, mentre ti guardi allo specchio, vedi spenti. Alimentalo, nutrilo, accrescilo: solo così troverai la tua strada, quella che porta alla tua Isola Che Non C’è. Proprio per questo ho scelto una foto che per te significa molto, simbolo del nutrimento che alimenta il tuo fuoco. Una foto scattata quest’anno in uno dei tuoi pochi habitat naturali, lì dove veramente ti brillano gli occhi, dove voce, cuore, anima e corpo vanno insieme a tempo. Quella seconda stella a destra ti aspetta, e poi dritta fino al mattino. Forza e buon viaggio.

Canzone: Rivoluzione, La Fame Di Camilla. https://www.youtube.com/watch?v=oPy8nGZY51A

Angoli e spigoli.

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Ci sono volte che non ti accorgi di quanto sia spigoloso il tuo carattere.

Ci sono volte che non ti dai quel poco di valore, quanto basterebbe a capire che una tua parola può uccidere; e purtroppo te ne accorgi dopo, molto dopo, quando è tardi per rimediare.

Quell’accumularsi di stress, ansie e cose del genere che ti portano a esplodere con chi non lo merita, con chi magari voleva fare solo una battuta per stemperare una giornata pesante; e invece tu a quella giornata pesante ci aggiungi un carico da dodici.

E te ne rendi conto troppo tardi, quando non puoi rimediare, anche se ci provi. Quando lo stomaco si chiude per il senso di colpa che hai e per la rabbia che provi nei tuoi confronti.

Ci sono cose che purtroppo a volte non si possono rimediare, nemmeno se lo vuoi, nemmeno se ti rendi conto di quanto male possa aver fatto una parola e uno sguardo di troppo.

Ci sono volte in cui vorresti solo far tornare indietro il tempo, per non commettere più quell’errore. Ma si sa, purtroppo non puoi.

Tutto questo lo dico a me guardandomi negli occhi attraverso lo specchio.

Canzone: Turn back time, Aqua. https://www.youtube.com/watch?v=Ls0WfopgR9k

Ridere di me, ridere di te, ridere di noi.

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«Ma dai! Come puoi aver paura di questa cosa? È una passeggiata!» e giù a ridere.

E io che mi sento ancora più piccola, più di quanto già non lo sia.

E dopo i primi dieci secondi di mortificazione mi viene da chiederti: se fossi io a deridere, non ridere, della tua paura, tu che faresti? Ti sentiresti umiliato, vero?

Allora facciamo una cosa: insegniamoci a ridere, non deridere, delle nostre paure; così, per provare, per vedere se gli spasmi della risata riescono a mandare via quei battiti accelerati e quei respiri affannati, e ad affrontare quelle paure al meglio, perché non sono più paure, ma limiti da superare.

Ed è così che da diffidenza si passa alla fiducia: quando sai che l’altro non ti ferirà nei tuoi punti deboli; quando anche tu custodisci una sua paura, e sai che la devi custodire, e non usare come arma; quando hai un progetto grande tra le mani e non hai paura di condividerglielo per timore che te lo possa portare via.

In fondo ridere insieme delle proprie paure è questo: trasformare quei mostri nelle nostre ombre con cui giocare.

Canzone: Io sono l’altro, Niccolò Fabi. https://www.youtube.com/watch?v=cLRe-RmVfic

Una spalla su cui poggiare la testa.

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In una mattina come tante nel mio solito spostamento verso il posto di lavoro, osservo una ragazza seduta davanti a me sull’autobus che poggia la testa sulla spalla del suo ragazzo. Li guardo, sorrido, e malinconicamente penso che anche io a volte avrei bisogno di una spalla su cui poggiare la testa.

Poi, inavvertitamente, e a distanza di poco tempo da quel pensiero, quella spalla arriva nel momento in cui ne ho più bisogno nel posto dove meno dovrei farmi vedere vulnerabile, e nel quale nessuno sembra accorgersene, anche perché da brava orgogliosa ci penso io a non farmi vedere.

«Ti ho vista turbata poco fa, tutto bene?». Una domanda che arriva dritta, precisa, senza giri di parole, come dritto è il suo sguardo che arriva a scavarmi dentro, tanto dal non avere possibilità di evasione dal rispondere in modo sincero; quasi sembra un pugno o uno schiaffo per quanto è diretta, ma in realtà è una carezza.

La maggior parte delle volte, in questi casi, con persone che non conosco da molto tempo e di cui so poco, indosso la maschera del sorriso, orgoglio e fierezza, e rispondo che sì, va tutto bene. In fondo, chi ha il coraggio di mostrarsi vulnerabile?

Ma stavolta, davanti a due occhi limpidi, un viso dolce e due orecchie pronte ad ascoltarmi, quella maschera l’ho tolta, e ho aperto la diga di parole. E mai come in quel momento, quei due occhi limpidi e quel viso dolce mi hanno insegnato la bellezza dell’autenticità.

Occhi e orecchie pronti a non giudicare, ma ascoltare e a consigliare con un sorriso che aprirebbe anche il cuore più blindato; ed ogni peso fino a quel momento insopportabile è diventato più leggero.

Canzone: Vince chi molla, Niccolò Fabi. https://www.youtube.com/watch?v=dRqCKeerLag

Una mattina come tante, o forse no.

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Due ragazzi che si abbracciano e si baciano alla stazione, come se il tempo in cui sono stati distanti fosse durato l’eternità.

La mia canzone preferita, che mi riporta al cuore qualcuno che da lì non se ne andrà mai, che sta ascoltando uno sconosciuto sull’autobus, seduto dietro di me, e che al mio voltarmi e sorridere, imbarazzato abbassa il volume, come se avere qualcosa in comune sia una vergogna.

Quella canzone che mi riporta a te, che da qualche anno sei distante solo fisicamente, in un’altra dimensione, ma che ogni tanto mandi un piccolo segnale per dirmi che ci sei e che non te ne andrai mai.

Libri che arrivano all’improvviso e che non solo si aggiungono tra quelli da leggere, ma li scavalcano perché la curiosità di rovistare tra quelle parole la fa da padrona.

E… nulla. Sarà anche l’alba, sarà anche che ho ancora il cuscino attaccato sulla faccia, mentre sull’altro lato c’è il finestrino, ma tutta questa bellezza è e sarà sempre il motore per farmi alzare.

Canzone: Un giorno semplice, Andrea Vigentini. https://www.youtube.com/watch?v=xfM3uPPyYyE

Tutte le prime volte.

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Succede che per motivi di lavoro due colleghi vengano posti allo stesso tavolo; due che fino a quel momento si scambiano sorrisi e saluti ogni volta che si incontravano nel casermone. Succede anche che i due in questione, dal momento che si ritrovano fianco a fianco inizino a parlare del più o del meno tra una lavorazione e l’altra, per rendere più leggero il tempo e, cosa più importante e comune ad ogni essere umano, per socializzare e scoprire qualcosa di più di chi è al loro fianco 8 ore e mezza al giorno.

E succede che, parlando di libri, lei scopra che lui i libri li scrive e li pubblica anche; incuriosita, e da accanita divoratrice di tomi che è, si ritrova a leggere il libro del suo collega e ne rimane entusiasta.

La “lei” in questione sono io; il “lui” in questione è Paolo Longarini, ed il libro è “Tutte le prime volte”: degli spaccati di vita quotidiana dove racconta la bellezza di tante prime volte, dal diventare padre, a rapportarsi con le sue figlie nella loro crescita, passando per l’adolescenza.

Un libro che mi ha conquistata per l’ironia, la dolcezza e la naturalezza con la quale Paolo racconta le sue vicissitudini di uomo e di padre; non nascondo che tante volte mi sono ritrovata a ridere come una bambina, altre a riflettere ed altre ancora a trovare qualche lacrima sparsa nelle guance.

Un libro che non pretende di insegnare nulla a nessuno, anzi, che trasmette la bellezza dell’imprevisto, del non essere pronti mai a qualcosa, e nel saper ascoltare i consigli, ma anche a metterli da parte e a seguire ciò che cuore, ragione e istinto suggeriscono i quel momento.

Un libro scritto da chi, senza saperlo, mi ha insegnato che dietro un collega c’è un mondo infinito da scoprire, o anche solo da immaginare, e della bellezza della gratitudine quando scopri una parte di quell’infinito mondo, che è un tesoro.

Canzone: Esseri Umani, Marco Mengoni. https://www.youtube.com/watch?v=U-4OrzSBfm8

Sporcarsi di felicità.

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Capita di aver il viso incollato al finestrino di prima mattina; capita che pensi solo al sonno che non ti molla.

Ma capita meno di vedere alla fermata dell’autobus un bambino che gioca felice con il suo cane, con quest’ultimo che gli salta addosso per la felicità; a nulla valgono i tentativi della madre di calmare l’entusiasmo del momento per paura che suo figlio si sporchi prima di andare a scuola: lui e il suo fido amico sono in un altro mondo.

La felicità è anche questo: sporcarsi con qualcosa o con qualcuno. E al diavolo tutti i precetti: farsi vedere imbrattati di felicità grazie a qualcosa o qualcuno è l’immagine più bella che possiamo dare.

Canzone: Il Paradiso, Cordio. https://www.youtube.com/watch?v=lTzb3uEtfoU

L’anello di HellCity.

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Succede che scopro che un ragazzo che conosco, che fino a qualche anno fa ha abitato a qualche metro da me, scrive e pubblica libri; io che di libri ne sono una mangiatrice seriale.

Decido allora di leggerli e mi appassiono a quello stile diretto, incalzante, pieno di pathos.

Fino ad arrivare ad attendere il seguito di una storia pubblicata qualche mese fa, “L’anello di HellCity”: è la storia di Jayson, abitante di una città-fortezza, super controllata da un regime perfetto; ed è in quel regime perfetto che Jayson si accorge che lì si è solo schiavi; ogni giorno passa vicino ad un muro e si chiede cosa ci sia oltre, se è vero quello che gli dicono, che c’è solo morte e distruzione dovute ad una guerra nucleare.

Quella è la stessa domanda che a volte ci poniamo o che dovremmo porci davanti ai limiti che la vita o noi stessi ci mettiamo: cosa c’è oltre?

Jayson decide di scavalcare quel muro, con l’aiuto di un suo amico e della sua voglia di libertà. Quella libertà che lo porterà a conoscere un mondo nuovo, a scoprire che se lo vuole, può essere chi desidera.

Stile incalzante e una montagna russa di emozioni, Francesco Di Giulio è riuscito a scrivere un libro, anzi due, che portano a chiedersi cosa si è disposti a fare per superare quel muro che tante volte ci costruiamo da soli, e se siamo pronti per superarlo.

Buon viaggio amico mio, e buon viaggio a te che deciderai di leggere L’Anello Di HellCity.

Canzone: I am mine, Pearl Jam. https://www.youtube.com/watch?v=Nkgv3LoQY2o

Scrivo perché…

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Non so perché, ma è stata sempre una cosa naturale prendere carta e penna quando volevo far uscire fuori un pensiero, quando non sapevo dare un nome al nodo in gola che avevo da appena sveglia o per descrivere cosa mi passasse nella testa.

Scrivere è sempre stata una sorta di terapia, un modo per comunicare, perché con la voce resto e resterò sempre un’inguaribile timida che va con motore diesel.

Un modo per dare nome ai miei demoni, un modo per tirare fuori quel mondo immaginario che ogni tanto spunta quando guardo altrove, un modo per dire a qualcuno che gli voglio bene.

Un modo per esorcizzare quell’errore che ho fatto e che continuo a fare, ma che non riesco a correggere, e che a volte spunta fuori come “l’uomo nero” nei peggiori incubi dei bambini, per il quale ogni tanto a farne le spese sono le persone che mi sono accanto senza saperne il motivo; come quella siepe che aveva Leopardi, ma che lui ha usato per immaginare il suo Infinito.

Forse sarebbe il caso che allora usassi quel limite per trovare una nuova strada, per dare voce lì dove la voce non ce la fa, per svegliarmi una notte mentre quell’ “uomo nero” mi tiene il piede e dirgli semplicemente: “Ciao, ora che sei qui abbracciami, così la nostra paura sarà per metà più leggera”.

Canzone: Giocattoli, Fabrizio Moro. https://www.youtube.com/watch?v=ZfSM18ZsPVQ

Abbracciami.

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Abbracciami quando sono arrabbiata perché ce l’ho con me stessa e proprio per questo sento di non meritarlo.

Abbracciami quando mi vedi in lacrime chiedendomi che cosa ho e ti rispondo che sono affari miei.

Abbracciami quando non riesco a dare un senso alle lacrime che scendono.

Abbracciami io non lo farei.

Abbracciami quando ti faccio perdere tempo per una decisione che poi mando in fumo.

Abbracciami quando chiudo il mio mondo a chiave dentro una corazza di ira.

Abbracciami quando sento di averti deluso e per questo ho deluso anche me.

Canzone: Normale, Francesco Renga feat. Ermal Meta. https://www.youtube.com/watch?v=EEC6PrabapA

Parole, rumori e 12 anni.

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Parole, rumori e… 12 anni di attesa prima di vedere, ascoltare e vivere un tuo concerto. E ne è valsa la pena, nell’ascoltare nella tua voce ruvida e calda la rabbia, l’ironia e l’amore verso la vita.

In pochi ho visto mettere sia nei testi, sia nella voce, la stessa rabbia, lo stesso amore, la stessa ruvidezza, lo stesso calore, come se fossero due specchi, l’uno il riflesso dell’altro.

Nel mandare in tilt la tua band mentre su una stessa base improvvisi una decina di tue canzoni, ridendo come un uomo che ha ritrovato la leggerezza di un bambino che si scopre a giocare con ciò che ama di più.

Come canti in una tua canzone, non hai visto il mondo ma hai imparato a viaggiare lo stesso, e fai viaggiare chiunque ti ascolta.

12 anni ci ho messo ad assistere ad un tuo concerto, ma chi mi conosce bene sa che a volte sono un diesel; ma per farmi perdonare ho scelto una delle date più belle che un musicista può fare: la prima, quella dove non sa se andrà tutto bene, quella dove gli imprevisti sono tra un brano e l’altro della scaletta, quella dove il musicista sente tutto il peso, nel bene e nel male, di tutto il tempo trascorso dall’ultimo live; c’è un’emozione diversa, più intesa, più viva.

E la cosa bella é stata, ed é, che la musica, in questo caso la tua, mi accoglie sempre a braccia, sangue, voce e cuore aperti.

Grazie Fabrizio, grazie perché 12 anni fa “m’ennammoravo de te”, della tua musica, dei tuoi testi diretti, ruvidi e sanguigni, come la tua voce, come te; e me ne innamoro ancora (inna-moro… sì, sono cretina). Solo un problema: mi sa che si è creata un’altra dipendenza, ma come canti tu, “siamo ancora in tempo per ricominciare a vivere”; e io ricomincio a vivere dai concerti. Ditemi dove si firma per una vita così.

Canzone: Parole, Rumori e Giorni, Fabrizio Moro. https://www.youtube.com/watch?v=4GiV_5FsqTU

Come nasce una canzone?

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Ogni volta che ascolto una canzone mi chiedo quale magia l’abbia resa così potente, e dopo penso a tutto il lavoro che ci possa essere dietro, tutto il sudore, le imprecazioni e l’amore che il suo autore ci riversa dentro; io che una volta ci ho provato ed è uscito un totale disastro.

Quella scintilla che all’inizio arriva e che fa mettere nero su bianco parole e musica, se in quel passaggio preciso è più adatto un diesis o un bemolle; quei fogli presi, accartocciati o strappati perché ciò che è uscito fuori non rappresenta ciò che si aveva in mente; quel passaggio che prima di essere suonato da un certo tipo di chitarra, prima è stato suonato da un sax o da un’armonica per sentire con quale strumento si riuscisse a farlo arrivare meglio.

Quel prodotto di 3 minuti e mezzo che ha il potere di arrivare con un tempismo perfetto, che in quel preciso passaggio parole e musica creano la magia di far spuntare fuori un brivido o una lacrima, che ci fa chiedere come caspita fa una canzone a capire e farci scoprire tanto di noi; e io mi chiedo ogni volta come faccia quella canzone capire tutto di me, prima ancora che ci riesca io.

Per questo nel titolo ho voluto mettere la domanda: perché nemmeno io so come nasce una canzone, e anche se mi venisse spiegato mille volte, resterei dell’idea che è la magia più bella che Qualcuno Lassù abbia mai creato.

Canzone: La storia del mondo, Nek. https://www.youtube.com/watch?v=Pc4fHL7R7bM

Capita, a volte.

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Succede così a volte: dopo una delusione tagliente come una lama decidi di chiudere a chiave il cuore, lasciando fuori da te ogni emozione, ogni sensazione; vivere in una condizione asettica, priva di contagi esterni, priva di contatti esterni.

Bello, vero? Forse. Ma come ci si sente a vivere come una macchina?

E poi, improvvisamente e senza nessun preavviso, il cuore torna a battere per qualcuno, e qualcosa dentro di te inizia ad essere in lotta contro tutta la barriera che in maniera precisa, puntigliosa e maniacale ti sei costruita.

Quel cuore che ha ricominciato a battere e che desidera per una volta che da qualche parte ce ne sia un altro che batta al suo stesso ritmo; dall’altra parte, però, c’è la paura di scoprire che quest’ennesima speranza si tramuti in illusione per poi delusione.

E allora ti rimane da fare solo una cosa, una scelta: fai un passo in avanti o uno indietro?

Canzone: Almeno tu ricordati di me, Cordio. https://www.youtube.com/watch?v=TVOmsdaahpc

L’ultima volta che…

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Quand’è l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio e nonostante tutto ti sei rivolta un sorriso?

Quand’è che provando quell’indumento ti sei sentita bella?

Quand’è che, sentendoti anche uno straccio, ti sei detta che è solo un momento e che andrà tutto bene?

Quand’è che hai fatto un gesto per volerti bene?

Quando hai abbassato le difese verso qualcuno mostrando le tue fragilità?

E quando le hai mostrate hai sentito che eri ancora più bella?

Tutte queste domande per dirti che se vuoi, se sai guardarti bene, sei una meraviglia.

Canzone: Combattente, Fiorella Mannoia. https://www.youtube.com/watch?v=2eX0nTuFwRI

Come l’arcobaleno.

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Io, che torno da una giornata di lavoro stressante, con mille paranoie per gli errori fatti, e con la stecca degli occhiali che ha deciso di rompersi, infrangendo quei piccoli sogni da concretizzare nell’immediato.

E poi ci sei tu, che non faccio in tempo a tornare a casa e dall’altra parte del telefono ti perdi a raccontarmi mille cose, le tue nuove scoperte al primo anno delle elementari, di quanto è bello scrivere ad inizio pagina il nome del comune dove ti trovi, di quanto è meraviglioso immaginare di dipingere le pareti di casa di nonna dei colori dell’arcobaleno con un pennello per spolverare.

E io che piango di gioia in silenzio dall’altro capo del telefono mentre ascolto la tua voce piena di gioia, meraviglia ed entusiasmo, perché tu, tesoro mio, mi hai dato la lezione di vita più grande: quella di non smettere mai di stupirmi delle piccole ma grandi cose.

Tesoro mio, ti chiedo un favore: non smettere mai di essere così, e di ricordare ogni tanto alla tua zia sgangherata che c’è sempre qualcosa o qualcuno per cui sorridere sempre; in questo caso tu.

Canzone: Come un pittore, Modà feat. Jarabe De Palo. https://www.youtube.com/watch?v=RuYbA55IWGs

Pause.

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Il venerdì di solito porta con sé il sollievo di una settimana faticosa che sta per concludersi con l’inizio della gioia e della speranza di un weekend di riposo.

Se non che scopri che è sciopero dei mezzi pubblici e sei costretta ad aspettare la prima anima pia di autobus disponibile.

Poi però ti fermi e ti guardi intorno, e ti chiedi quand’è l’ultima volta che ti sei fermata, quando hai dedicato il giusto tempo alle parole di quella canzone che ami, quando hai fatto caso che l’estate sta finendo (“e un anno se ne va, sto diventando grande, lo sai che non mi va”, dai, ammettetelo che l’avete cantata mentre leggevate le parole, non barate!) e che lascia il posto ai pomeriggi dai toni caldi dell’autunno.

Quando mai ti è capitato che da un imprevisto ne è uscita fuori una cosa bella? Se ti fermi a contarle, sai che non sono poche, e se lo fossero, ora magari è il momento di coglierle.

Canzone: Per me, Fabrizio Moro. https://www.youtube.com/watch?v=HPUCAm7elCY

Insonne è la notte.

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Insonne è la notte di chi aspetta quel messaggio che non arriva.

Insonne è la notte di chi pensa a chi il suo pensiero non glielo rivolge mai.

Insonne è la notte di chi il silenzio è invaso dal rumore di troppi pensieri.

Insonne è la notte di chi si maledice per aver perso per l’ennesima volta la testa per la persona sbagliata e si convince che la sua condanna sarà il non essere mai ricambiata.

Insonne è la notte di chi l’indomani ha una prova importante e mentre immagina scenari catastrofici se non dovesse andare, dall’altra si aggrappa a quella sottile fune di speranza.

Canzone: Il ballo delle incertezze, Ultimo. https://www.youtube.com/watch?v=EyZir4O5pu4

Una di quelle mattine.

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Una di quelle mattine in cui esci da casa dopo tante con la giacca perché inizia a fare freddo.

Una di quelle mattine in cui hai dovuto indossare di nuovo le scarpe chiuse, perché l’acquazzone improvviso di ieri pomeriggio è stato un valido avvertimento.

Una di quelle mattine in cui scorgi visi ancora assonnati insieme al tuo, i quali da un lato hanno ancora il segno del cuscino.

Una di quelle mattine in cui la nebbia che piano piano si dirada ti avverte che la vita continua, e forse per questo è arrivato il momento di mettere le basi per vecchi e nuovi progetti, rimasti lì a dormire con la scusa dell’estate, come se il letargo per alcuni si sia spostato di qualche mese.

Settembre in fondo è come Gennaio: l’inizio di un nuovo anno, e forse sai che è il caso di mettere qualche mattone che al contempo renda solido qualche tuo progetto e che sia in grado di lasciarlo volare.

Ci stai?

Canzone: Impressioni di Settembre, Marlene Kuntz (PFM). https://www.youtube.com/watch?v=ArTxnjbahIA

Finitamente Infinito.

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Ci sono poesie e opere che rimangono impresse nella nostra mente e nel nostro cuore, perché un po’ ci rispecchiano, sono parte di noi.

Penso all’Infinito di Leopardi, a quella siepe, quel limite che lui ha trasformato come chiave per arrivare, appunto, all’Infinito.

Ogni nostro limite, se ci pensiamo bene, può diventare una chiave per il nostro Infinito.

Dopo averlo disprezzato, rinnegato, oltraggiato; perché tanto rimane sempre lì, e allora tanto vale farlo diventare un punto di forza.

Pensiamoci: le più grandi canzoni, opere scritte, pittoriche o scultoree sono nate da un limite, da un fatto negativo, da una mancanza.

Anche i nostri desideri, il nostro aspirare a qualcosa, nascono da una mancanza (non a caso la parola “desiderio” significa etimologicamente “mancanza di stelle”). Ed è da quella mancanza che spunta fuori una nostra capacità pronta a dargli un senso, che sia lo scrivere, il comporre una canzone, dipingere, disegnare, ascoltare qualcuno, saper consigliare e motivare qualcuno, ecc…

Guardare ad ogni sconfitta, ad ogni ferita, ad ogni limite come una chiave, un punto di partenza; questa è la sfida.

Chi ci riesce?

Canzone: Qualcosa cambia, Daniele Silvestri. https://www.youtube.com/watch?v=3Ciml7HGLHM

Buio e Luce.

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Capita a volte di trovare qualcuno con cui ti senti in sintonia, con il quale inizi a ridere e a scherzare su ogni cosa. Qualcuno che non ha fatto molta fatica a scardinare il muro di cinta delle tue difese, e già per te è strano perché lo hai costruito con perizia estrema.

Da lì hai l’impressione che quelle giornate, anche se un po’ pesanti, grazie a quelle risate diventino più leggere.

La risata poi è il primo passo che ci fa abbassare le difese, e da lì senti che magari puoi prenderti anche la libertà di far vedere anche qualche parte di te più buia, mostrandoti in tutta la tua autenticità.

In realtà è proprio lì che tutto si svela: è quando quel buio viene rifiutato che capisci su chi puoi contare veramente. Fa male all’inizio, ma come ogni ferita che si rispetti, poi li si forma una cicatrice, con una pelle ancora più dura da scalfire, soprattutto per chi non conta veramente per te. Ed è chi non conta per te che non capisce che “buio e luce sono figli del sole”.

Canzone: Buio e Luce, La Fame Di Camilla. https://www.youtube.com/watch?v=FyhmG6czpzM

Quanto tempo è passato.

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“Quanto tempo è passato” pensi, e magari te lo dice l’altra persona mentre siete davanti ad una birra ghiacciata che cerca di resistere alla calura estiva.

E guardi la condensa attorno al bicchiere, a quelle gocce che si sono formate e stanno facendo a gara a scendere più in fretta verso il fondo del bicchiere, o a rimanere salde a bordo, secondo i punti di vista; perché sai che se alzassi lo sguardo e incontrassi i suoi occhi rivivresti in un istante tutto ciò che avete provato insieme.

Tempo remoto ormai, ma quanto può diventare presente se un ricordo ti balza tra testa, occhi e cuore come se lo stessi rivivendo in quell’istante?

Ed è forse per questo che cerchi di scappare, ma si sa: da certi attimi, da certi ricordi, da certi doni che la vita ti ha donato non puoi scappare. Nemmeno se lo vuoi.

E allora puoi solo ringraziare per quel dono che, volente o nolente, ti ha portato ad essere chi sei oggi.

E allora, anche solo per un attimo, alza i tuoi occhi e incontra i suoi, anche solo per dirgli “grazie”.

Canzone: 9 Primavere, Ermal Meta. https://www.youtube.com/watch?v=ClRcLxjtvHU

La crisi del foglio bianco.

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C’è che hai in mente una storia, con i suoi protagonisti, ognuno con le sue caratteristiche, hai l’inizio e il finale, ma ti manca la parte centrale, lo sviluppo della storia.

Metti anche in mezzo la così detta “crisi del foglio bianco”, quella che ti porta a non scrivere nulla per mesi, e tu cominci ad invocare chissà quale colpo di fortuna o Provvidenza; e quella storia rimane lì, sospesa, in attesa. E tu inizi a sentirti in colpa.

Ti senti in colpa verso un nuovo progetto che stenta a decollare, e sai bene che la responsabilità è la tua.

Ma poi capisci che ci sono cose per le quali ci vuole pazienza, cura e costanza; e che loro, quelle cose, ce le hanno molto più di te, insieme alla fiducia; come un seme sotto terra che dentro di sé ha tutta la forza del mondo per diventare una meravigliosa pianta. E quando lo capisci, magicamente le dita ricominciano a scorrere sui tasti, e piano piano le pagine si riempiono.

A volte sei tu che devi avere pazienza con i tuoi progetti, insieme all’amore e alla fiducia.

Canzone: Muhammad Alì, Marco Mengoni. https://www.youtube.com/watch?v=-dABj9R5D5s

Quelle sere…

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Quelle sere in cui torni a casa e vorresti solo piangere.

Quelle sere in cui hai avuto una giornata no su ogni fronte.

Quelle sere in cui avresti voglia di piangere tra le braccia di qualcuno ma non chiami nessuno per orgoglio, perché una parte di te ti dice che succede, che non serve lagnarsi alla prima difficoltà e rompere le scatole a qualcuno.

Quelle sere in cui vorresti spegnere tutto, fermare tutto, per non pensare.

Quelle sere in cui vorresti un abbraccio e chi ti consola, e subito dopo ripensarci perché per gli errori che hai fatto ti dici di non meritarli (dannato orgoglio e istinto sadico).

Quelle sere in cui non ti resta che piangere in compagnia del cuscino ripeterti che domani sarà migliore.

Canzone: La fine, Tiziano Ferro. https://www.youtube.com/watch?v=UZkUWRqACfs

Torna a giocare.

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Quando hai smesso di giocare? Quando hai smesso di fare ciò che ami solo per il puro piacere di farlo? Quando hai avuto paura di andare oltre, che oltre il gioco quel qualcosa che ti muoveva anima, corpo e cuore potesse diventare “una cosa seria”? E perché hai avuto paura?

Come stai adesso? Ti senti maturo/a per il semplice fatto di aver smesso di immaginare il tuo futuro e iniziato a fare solo “cose concrete”? Ti senti più responsabile? Forse.

Ma sei felice? Mi sa che a questa domanda fai fatica a rispondere, vero?

E allora perché non ricominci a giocare, a fare ciò che ami per il puro e semplice piacere di farlo? Senza pretese, senza obblighi, senza ansie da prestazione.

Tu e la tua passione per quel qualcosa che giocate insieme. Magari lei ti aspetta, anzi, forse non ha mai smesso di farlo.

Canzone: Please don’t stop the rain, James Morrison. https://www.youtube.com/watch?v=F2Cm_4573fs

L’estate addosso.

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La sabbia o il bordo della piscina dove cammini mentre ti avvii verso l’acqua.

Il suono ovattato mentre sei in immersione, dove non esisti altro che tu, l’acqua e il senso di pace che ti dona.

La pelle che entra a contatto con uno dei suoi elementi più congeniali.

Il vento che ti accarezza la pelle mentre ti asciughi al sole mentre per sottofondo hai il canto delle cicale, e che ti schiaffeggia mentre ti tuffi, con il respiro e i battiti sospesi per un attimo, prima che tu e l’acqua diventiate un solo elemento.

Terra, Acqua, Vento e Fuoco: questo è ciò che fa l’estate, unire i quattro elementi; questo è avere “l’estate addosso”. “Respira questa libertà!”.

Canzone: L’estate addosso, Jovanotti. https://www.youtube.com/watch?v=VHcAusNO3L4

Desideri di una notte di mezza estate.

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Ci si sente ricchi quando qualcosa di tuo appartiene a qualcosa o a qualcuno.

Quando la parte più importante di te, la tua anima, è indirizzata verso qualcosa o verso qualcuno.

Strano vero?

In un mondo che ci insegna ad accumulare ci sentiamo ricchi solo quando qualcosa di noi lo doniamo a qualcuno o a qualcosa.

Lo scrivo mentre in una notte di mezza estate ho il naso all’insù verso le stelle, e mi chiedo se io mi sia mai sentita così. Forse sì, una volta.

Ora no, non più, e ho una voglia matta di tornare a vivere tutto quel turbinio di emozioni, di tornare a spendermi per qualcosa in cui credo veramente, di buttarmici completamente a capofitto, senza paura, o se anche ci fosse, nonostante essa. E nel mentre penso tutto questo una stella lascia la sua scia.

Canzone: Piccola Stella, Ultimo. https://www.youtube.com/watch?v=lVoeJIakscs

Cosa vuoi fare?

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C’è stato un momento in cui hai sognato di essere libera: libera di scegliere cosa fare, libera di essere ciò che volevi, libera anche di sbagliare. E quel momento è anche arrivato.

Solo che poi, quando tutto si è fatto concreto, palese, quando avevi davanti a te mattoni e calce, non sapevi cosa costruire; o forse sì, ma c’è stata una forza più grande del vento, del fuoco e dell’acqua che ti ha battuto: la paura.

E allora hai fatto marcia indietro, chiudendo cuore, sogni e speranze nello sgabuzzino.

E adesso come stai? Meglio?

Trascorri le giornate nell’aridità più totale, all’insegna del dovere e del produrre il più possibile, torni a casa stanca, distrutta, senza forze. Tu che hai sopportato giornate molto più dense di queste, dove magari tornavi a casa lo stesso stanca e distrutta, ma con il sorriso; ti bastavano poche ore per riprendere le forze, perché c’era un’energia dentro di te molto più potenze di qualsiasi altra: l’amore per ciò che facevi.

E ora? Cosa vuoi fare? Continuare a vivere così, tenendo chiuso tutto dentro quello sgabuzzino, o piano piano riaprilo, anche se con fatica, e cominciare a costruire ciò che ami? Meglio faticare per ciò che ami, che sicuramente ti darà qualche incertezza nella vita concreta, o meglio faticare per ciò che non ami, che ti darà sicuramente stabilità ma non ti farà sorridere nonostante tutto? Quale forza vuoi far vincere, quella della paura o dell’amore?

Canzone: Guerriero, Marco Mengoni. https://www.youtube.com/watch?v=fK8LrzzC4-8

Dannata timidezza.

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Pensare a qualcuno e chiedersi come sta, se è felice, se mai dovresti rivederlo cosa dirgli, non tanto qualcosa di importante ma almeno una frase di senso compiuto.

Perché magari sei anche brava ad usare le parole, ma davanti a qualcuno o a qualcosa che ha fatto centro proprio lì, nel tuo punto più debole, parole non ne hai; perché a volte ciò che provi non può essere palesemente riportato a voce o su carta. Forse solo in azioni, anche se piccole.

Ma tanto lo sai già: se mai capiterà di nuovo che gli astri facciano ‘sì che vi rivediate, al massimo ti spunterà un sorriso su bocca, occhi e cuore e, se la voce supererà il deserto del Sahara che si sarà creato in bocca, forse uscirà un semplice e flebile ciao. Dannata timidezza.

Canzone: Chissà se stai dormendo, Jovanotti. https://www.youtube.com/watch?v=5HId3Nw_Fc0

Tu.

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Tu, che sei bravissima a costruire discorsi degni di grandi film, immaginando scene piene di pathos, e poi dici a malapena un ciao.

Tu, che per dire “grazie” o scusarti te ne esci con frasi che ti fanno fare le peggiori figure.

Tu, che pur avendo paura dei tuoi mostri, sei talmente terrorizzata nel doverli affrontare che decidi di conviverci.

Tu, che parti con slancio per una nuova avventura e poi un secondo dopo ti chiedi se hai fatto la cosa giusta.

Tu, che sorridi e abbassi lo sguardo ogni volta che qualcuno ti rivolge un sorriso e un complimento quasi convinta che l’altro non ti veda arrossire.

Tu. Semplicemente, disastrosamente, meravigliosamente, Tu.

Canzone: Certe donne brillano, Luciano Ligabue. https://www.youtube.com/watch?v=J8hwaYvneIo

Dove vanno a finire.

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Mi chiedo dove vanno a finire le parole che tanto vorremmo dire a qualcuno ma che poi non abbiamo il coraggio di dire.

Quel sincero “Ciao, come stai?” che vorremmo scrivere ed inviare, ma che proprio perché lo sentiamo davvero abbiamo paura di inviare o chiedere per paura della risposta.

Dove vanno a finire quei gesti d’affetto o d’amore mancati perché non è il momento o per paura di un rifiuto.

Quel “Ti stavo pensando” perché sa troppo di impegnativo.

I progetti che sogniamo di notte, dei quali ne immaginiamo i minimi particolari, e poi per magia svaniscono con l’alba.

Le parole scritte su quaderni e quaderni nascosti sotto dei libri perché è meglio che stiano lontane da occhi indiscreti.

Le guance che arrossiscono al pensiero di lui o lei e che nascondiamo tra le mani o nel colletto della giacca.

Il battito del cuore che aumenta ma che lo teniamo al segreto dentro di noi.

Il sorriso che spunta al pensiero o al ricordo di qualcuno.

Le lacrime ingoiate e non fatte uscire per orgoglio.

Me lo chiedo da un po’ e fateci caso anche voi: Cosa ricordate? Le parole, i gesti, gli attimi vissuti veramente o le parole, i gesti e gli attimi che dentro di voi avete immaginato ma che per mancanza di coraggio non avete portato a destinazione?

Canzone: Pianeti, Ultimo. https://www.youtube.com/watch?v=QdaO4l7a3c4

In bilico.

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Ci sono quei momenti che, nonostante le difficoltà, le fatiche, i pesi che hai, c’è quel filo fino, ma resistente e duro a spezzarsi di sensazione che va tutto bene.

È strano a dirsi ma a volte capita: mentre sei su quel filo come un acrobata, dove sono più le possibilità di cadere che di rimanere in piedi, sai che arriverai dall’altra parte, e sai che forse dall’altra parte troverai ciò che stai cercando, anche se ancora non ne sei pienamente convinto.

E anche se dall’altra parte non lo troverai, ti aspetta un altro filo su cui stare in bilico, su cui faticare, su cui tremare, su cui ammirare il panorama.

Canzone: Vivere il mio tempo, Litfiba. https://www.youtube.com/watch?v=bQTmk_o7rk4

Fotografie.

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Guardare una foto di qualche tempo fa e ritrovarsi a sorridere per la valanga di ricordi che riaffiorano:

quanto tempo è trascorso, quante cose sono cambiate, a quante di quelle persone che in quelle foto stai abbracciando hai dovuto dire addio, quante di loro nonostante tutto sono ancora lì accanto a te.

In quelle foto ridi come una pazza e ti ricordi cosa stavi facendo, con chi eri e le cavolate dette o fatte per ridere così.

In quell’altra foto stai abbracciando qualcuno che forse non è più fisicamente lì con te, ma il tuo cuore non gli ha chiesto lo sfratto.

In quell’altra guardi verso l’orizzonte di quella vacanza indimenticabile, e in quel momento non avresti voluto essere da nessun’altra parte.

Tutti quei momenti fissati in un click, nel cuore e negli occhi, e ti hanno portato ad essere chi sei oggi; e a volte, tante volte, riaffiorano quando tu stessa ti sei persa, e spuntano fuori per farti ritrovare la strada di casa.

Canzone: Photograph, Nickelback. https://www.youtube.com/watch?v=T3rXdeOvhNE

44 minuti.

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44 minuti: è l’attesa che puntualmente mi aspetta ogni mattina.

No 45 minuti, 44, come i gatti; perché se fossero 45 non ci sarebbe l’attesa della navetta che mi porta a lavoro.

E invece, visto che l’autobus puntualmente fa ritardo di 1 minuto, quello che basta per rovinarmi i piani (in fondo se ci pensiamo, quante cose possiamo fare in 1 minuto?), ho tutto il tempo di stare alla stazione ad aspettare, e osservare.

Osservare chi arriva di corsa per non perdere il treno, da far invidia ai velocisti; chi esce dalla stazione che sembra aver dimenticato il cuscino attaccato al viso; chi arriva con le valigie con occhi carichi di speranza verso una vacanza che promette aspettative; chi sa che sarà una giornata da sopravvivere in ufficio, chi parte e porta con sé la voglia di non tornare più.

In fondo, dai, a volte non è così male arrivare in ritardo di un solo minuto.

Canzone: Prima di partire per un lungo viaggio, Irene Grandi. https://www.youtube.com/watch?v=fABiEMP7qVk

Notte prima degli esami.

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Succede sempre così: alla vigilia di una nuova avventura le ore di sonno perse non si contano, il cuore ha perso qualche battito e il fiato ha perso qualche respiro.

Con la testa che vorrebbe tornare almeno a 24 ore prima, così giusto per avere un giorno in più prima del nuovo grande salto, per prendere fiato, per non rischiare di prenotare una visita cardiologica di emergenza. E invece il tempo in questo caso non è paziente, come invece lo è quando siamo in attesa di qualcosa che desideriamo fino al midollo; chissà perché.

Con tante domande che rimbalzano tra testa e cuore e che sono visibili negli occhi se li guardi bene: Ce la farò? Sarò adatta? E se andasse male? Riuscirò a risollevarmi ancora una volta?

Domande poste una dietro l’altra perché tra loro non si concedono lo spazio di essere digerite, ma arrivano così tutte insieme, come i colpi di un pugile che alterna il destro e il sinistro. Domande che in questo preciso istante non hanno risposta, ma qualcuno mi ha detto che quando ho le domande non ho un punto da cui partire, sono a metà strada.

Canzone: Notte prima degli esami, Antonello Venditti. https://www.youtube.com/watch?v=KwPG6HvY9PQ

Tu (io).

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Tu, incredibilmente spaventata dai cambiamenti, anche se a volte li desideri.

Tu, che quando ti mettono davanti ai tuoi difetti, le urla si strozzano in gola perché sai che è tutto vero.

Tu, che per paura di legarti metti fine a qualsiasi tipo di relazione pur di non soffrire troppo.

Tu che sei un disastro relazionale.

Tu, che quando fai male a chi ami passi ore ed ore al buio e in silenzio.

Tu, che hai paura di scoprirti troppo per non mostrare i tuoi punti deboli.

Tu, che decidi per entrambi senza accorgertene per non stare male quando per la testa non ti passa nemmeno l’idea che potrebbe stare lui/lei.

Tu. O Io.

Canzone: Quello che le donne non dicono, Fiorella Mannoia. https://www.youtube.com/watch?v=m16vK8tgBBs

Nelle nostre ombre.

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“L’amore vero in fondo ci dice: non mascherarti, guardami negli occhi, non me ne faccio niente delle corazze dietro cui credi di nasconderti, dammi ciò che sta sotto e dentro, io voglio solo te”. Questa frase di Matteo Bussola tratta dal suo ultimo libro “La vita fino a te” mi ha conquistata qualche giorno fa.

Se poi aggiungo che il giorno dopo mi suonava in testa una canzone (che vi consiglio di ascoltare allegandovela qui sotto) e, leggendo il testo tradotto si collegava esattamente a questo concetto, non potevo non inserirla.

L’amore quello vero in fondo questo ci chiede: di gettare le maschere e farci guardare veramente per come siamo, soprattutto nelle nostre ombre, e di far gettare la maschera di chi amiamo e di guardarlo veramente per come è, soprattutto nelle sue ombre.

Ma ne abbiamo il coraggio? Abbiamo il coraggio di farci amare da qualcuno? Abbiamo il coraggio di fargli amare le nostre ombre quando noi siamo i primi ad odiarle e a nasconderle? Abbiamo il coraggio di mostrargli le nostre ferite quelle che la vita ci ha inferto e quelle che, a volte, ci causiamo da soli? Abbiamo il coraggio di buttare giù la maschera?

Lo scrive e lo chiede una che è la prima a fuggire e a rinnegare le sue ombre, dimenticando tante volte che sono quelle a renderci unici.

Canzone: Demons, Imagine Dragons. https://www.youtube.com/watch?v=mWRsgZuwf_8

Coraggio di essere umani.

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«Secondo te ce la farò?»

«Se non inizi non lo saprai mai…»

«E se fosse uno sbaglio?»

«Non puoi saperlo ora… se lo fosse ci avrai comunque provato, avrai vissuto un’esperienza bella, intensa e che ti avrà fatto scoprire qualcosa in più di te.»

«Ma ora come ora non posso più permettermi di sbagliare! Sarebbe anche il momento che cominciassi a capire cosa voglio veramente! Già cominciare adesso un qualcosa che forse ho voluto sempre fare ma che non ho mai avuto il coraggio di intraprendere mi sembra una follia!» gli dico in piena e totale agitazione e con il cuore che batte a tremila.

Lui mi fissa come se avessi detto la cazzata più grossa della mia vita. E in effetti lo è.

«Io ne ho “qualcuno” più di te, ed ora mi sono deciso ad inseguire il mio sogno! A quarant’anni! Io che ho sempre sognato di insegnare ma non ho potuto farlo perché non ho una laurea, ora mi sto approcciando al mio sogno in maniera diversa. A quarant’anni mi sono deciso a realizzarlo! E tu mi dici che alla tua età senti che non puoi più permetterti di credere nei tuoi sogni?!»

«Ma perché ora? Perché? Perché non ho avuto il coraggio di farlo prima?» gli dico sempre più agitata.

«Forse perché non era il momento? Forse perché non eri pronta? Forse perché dovevi affrontare ciò che hai affrontato quest’anno per rendertene conto?»

Lo fisso per un po’, occhi negli occhi. I suoi mi trasmettono una carica che sento di non avere dentro di me, ma della quale ne ho un estremo bisogno.

Poi abbasso lo sguardo. Sospiro.

 Ruoto di continuo la forchetta nel piatto per raccogliere degli ottimi spaghetti al tonno, pomodoro e olive nere, ma che l’agitazione creata dall’argomento che sto affrontando con il mio amico non mi fa assaporare, anzi, sembra quasi che stia mangiando dei chiodi.

«Ascoltami: io e te ci vediamo si e no tre volte all’anno e tu fai questa domanda a me! Sì, è vero, ci sentiamo di continuo tramite telefonate e messaggi, ma io sono l’ultima persona alla quale dovresti fare questa domanda.»

Alzo lo sguardo e lo fisso aggrottando lo sguardo, cercando di capire cosa sta cercando di dirmi.

«In realtà questa domanda non la stai ponendo a me, non mi stai chiedendo un parere. Questa domanda la stai facendo a te stessa, e in realtà sai già in cuor tuo quale sarà la risposta: tu lo vuoi! Vuoi compiere questo passo, vuoi iniziare questo nuovo progetto! C’è solo un piccolo, minuscolo particolare che ti frena: te la stai facendo sotto dalla paura!»

Senza nemmeno accorgermene sto annuendo.

Lui ha ragione: ho una paura fottuta; paura di immergermi in un nuovo progetto, paura che sia l’ennesimo fallimento, paura di non riuscire a rialzarmi. La stessa, identica, spiccicata paura che mi ha frenato sempre, quando ero pronta a partire con un progetto, un ambizione, un sogno. Ero sempre lì, pronta per saltare… e poi all’ultimo mi tiravo sempre indietro.

«Posso farti una domanda?» mi chiede.

«Dimmi.»

«Cosa ti sta servendo a fare questa Svolta se poi non la usi per inseguire una buona volta ciò che ami?»

Pugno in pieno stomaco.

«Ascoltami: era da tanto che non vedevo i tuoi occhi brillare per qualcosa, e mai in modo così dirompente come poco fa e come adesso! Non ti far bloccare dalle tue paure e dalle tue insicurezze anche stavolta! Troppe volte da quando ti conosco ti ho vista partire con dei progetti piena di entusiasmo e convinzione, per poi farti frenare da delle paure che tu stessa ti sei creata! In passato hai commesso degli errori? Pazienza! Tesoro, siamo umani, sbagliamo tutti, cazzo!»

«Ma proprio perché c’è questa Svolta in atto che sento che non posso più permettermi di sbagliare!»

«Ho avuto la conferma: tu non hai capito nulla di questa Svolta! Non puoi più sbagliare? Ti do una notizia: sbaglierai per tutta la vita! Gli errori sono all’ordine del giorno di qualsiasi essere umano esistente sulla faccia della Terra!»

«Un altro fallimento non lo sopporterei… stavolta poi…» gli dico con un filo di voce e fissandolo con occhi preoccupati.

«Stavolta avrai un Alleato in più, o sbaglio?» mi dice addolcendo il tono e accennando un sorriso «E poi se sbagli che te ne frega! Almeno provaci però! Non fasciarti la testa prima di sbatterla!»

«Ma chi sono io per farlo?»

«E chi sei tu per non farlo?» mi risponde non staccando mai i suoi occhi dai miei.

Abbasso la testa, con lo sguardo perso chissà dove. Respiro a bocca aperta, facendo entrare tutta l’aria che posso nei polmoni, la trattengo per un po’, poi la lascio andare.

“Concediti la possibilità di lanciarti nel vuoto, per una volta. Concenditi l’inconscienza di non sapere a cosa vai incontro. Concediti la gioia di lasciare fare al tuo cuore” mi dico tra me e me.

Lui continua a fissarmi come se stesse aspettando la risposta più importante della sua vita. Io abbasso e alzo di continuo i miei occhi, alternando uno sguardo perso nel vuoto ad uno immerso nel suo, pieno di incoraggiamento, grinta e fiducia in me.

In questo momento lui sta credendo molto di più in me di quanto non ho fatto io per tutta la vita.

«Concediti la libertà di sbagliare: niente regole, niente schemi, niente paure. Porta avanti il tuo sogno per una volta!» mi dice, come se avesse ascoltato ciò che mi ero detta un istante prima.

Finalmente sul mio viso spunta un sorriso.

«Ok, mi butto!»

«Alleluja!» .

Paghiamo il conto e usciamo.

Arrivati al punto di salutarci, mi stringe in un abbraccio fortissimo ed io mi mi abbandono chiudendo gli occhi e facendomi trasportare, respirando profondamente, come per catturare tutta quella grande energia positiva da utilizzare per quel progetto che ormai ho deciso di iniziare e di portare a termine.

E di energia me ne servirà eccome, visti gli ostacoli che so già che mi creerò da sola.

«Non ti azzardare a mollare stavolta!» mi sussurra «concediti tutto il tempo che ti serve: non porti barriere, limiti o scadenze, sii libera!».

Una lieve brezza si leva come per suggellare il momento.

«Non mollare!»

«Non lo farò!»

«Me lo prometti?»

Mi stacco da quell’abbraccio e lo fisso occhi negli occhi sorridendo.

«Promesso!».

La bellezza di essere degli esseri “umani” è anche questa: sbagliare. E io da questa chiacchierata fatta qualche anno fa di sbagli ne ho fatti tanti, uno fra tutti quello di mancare a quella promessa.

Canzone: Esseri Umani, Marco Mengoni. https://www.youtube.com/watch?v=U-4OrzSBfm8