Ridere di me, ridere di te, ridere di noi.

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«Ma dai! Come puoi aver paura di questa cosa? È una passeggiata!» e giù a ridere.

E io che mi sento ancora più piccola, più di quanto già non lo sia.

E dopo i primi dieci secondi di mortificazione mi viene da chiederti: se fossi io a deridere, non ridere, della tua paura, tu che faresti? Ti sentiresti umiliato, vero?

Allora facciamo una cosa: insegniamoci a ridere, non deridere, delle nostre paure; così, per provare, per vedere se gli spasmi della risata riescono a mandare via quei battiti accelerati e quei respiri affannati, e ad affrontare quelle paure al meglio, perché non sono più paure, ma limiti da superare.

Ed è così che da diffidenza si passa alla fiducia: quando sai che l’altro non ti ferirà nei tuoi punti deboli; quando anche tu custodisci una sua paura, e sai che la devi custodire, e non usare come arma; quando hai un progetto grande tra le mani e non hai paura di condividerglielo per timore che te lo possa portare via.

In fondo ridere insieme delle proprie paure è questo: trasformare quei mostri nelle nostre ombre con cui giocare.

Canzone: Io sono l’altro, Niccolò Fabi. https://www.youtube.com/watch?v=cLRe-RmVfic

Una spalla su cui poggiare la testa.

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In una mattina come tante nel mio solito spostamento verso il posto di lavoro, osservo una ragazza seduta davanti a me sull’autobus che poggia la testa sulla spalla del suo ragazzo. Li guardo, sorrido, e malinconicamente penso che anche io a volte avrei bisogno di una spalla su cui poggiare la testa.

Poi, inavvertitamente, e a distanza di poco tempo da quel pensiero, quella spalla arriva nel momento in cui ne ho più bisogno nel posto dove meno dovrei farmi vedere vulnerabile, e nel quale nessuno sembra accorgersene, anche perché da brava orgogliosa ci penso io a non farmi vedere.

«Ti ho vista turbata poco fa, tutto bene?». Una domanda che arriva dritta, precisa, senza giri di parole, come dritto è il suo sguardo che arriva a scavarmi dentro, tanto dal non avere possibilità di evasione dal rispondere in modo sincero; quasi sembra un pugno o uno schiaffo per quanto è diretta, ma in realtà è una carezza.

La maggior parte delle volte, in questi casi, con persone che non conosco da molto tempo e di cui so poco, indosso la maschera del sorriso, orgoglio e fierezza, e rispondo che sì, va tutto bene. In fondo, chi ha il coraggio di mostrarsi vulnerabile?

Ma stavolta, davanti a due occhi limpidi, un viso dolce e due orecchie pronte ad ascoltarmi, quella maschera l’ho tolta, e ho aperto la diga di parole. E mai come in quel momento, quei due occhi limpidi e quel viso dolce mi hanno insegnato la bellezza dell’autenticità.

Occhi e orecchie pronti a non giudicare, ma ascoltare e a consigliare con un sorriso che aprirebbe anche il cuore più blindato; ed ogni peso fino a quel momento insopportabile è diventato più leggero.

Canzone: Vince chi molla, Niccolò Fabi. https://www.youtube.com/watch?v=dRqCKeerLag

Una mattina come tante, o forse no.

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Due ragazzi che si abbracciano e si baciano alla stazione, come se il tempo in cui sono stati distanti fosse durato l’eternità.

La mia canzone preferita, che mi riporta al cuore qualcuno che da lì non se ne andrà mai, che sta ascoltando uno sconosciuto sull’autobus, seduto dietro di me, e che al mio voltarmi e sorridere, imbarazzato abbassa il volume, come se avere qualcosa in comune sia una vergogna.

Quella canzone che mi riporta a te, che da qualche anno sei distante solo fisicamente, in un’altra dimensione, ma che ogni tanto mandi un piccolo segnale per dirmi che ci sei e che non te ne andrai mai.

Libri che arrivano all’improvviso e che non solo si aggiungono tra quelli da leggere, ma li scavalcano perché la curiosità di rovistare tra quelle parole la fa da padrona.

E… nulla. Sarà anche l’alba, sarà anche che ho ancora il cuscino attaccato sulla faccia, mentre sull’altro lato c’è il finestrino, ma tutta questa bellezza è e sarà sempre il motore per farmi alzare.

Canzone: Un giorno semplice, Andrea Vigentini. https://www.youtube.com/watch?v=xfM3uPPyYyE

Tutte le prime volte.

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Succede che per motivi di lavoro due colleghi vengano posti allo stesso tavolo; due che fino a quel momento si scambiano sorrisi e saluti ogni volta che si incontravano nel casermone. Succede anche che i due in questione, dal momento che si ritrovano fianco a fianco inizino a parlare del più o del meno tra una lavorazione e l’altra, per rendere più leggero il tempo e, cosa più importante e comune ad ogni essere umano, per socializzare e scoprire qualcosa di più di chi è al loro fianco 8 ore e mezza al giorno.

E succede che, parlando di libri, lei scopra che lui i libri li scrive e li pubblica anche; incuriosita, e da accanita divoratrice di tomi che è, si ritrova a leggere il libro del suo collega e ne rimane entusiasta.

La “lei” in questione sono io; il “lui” in questione è Paolo Longarini, ed il libro è “Tutte le prime volte”: degli spaccati di vita quotidiana dove racconta la bellezza di tante prime volte, dal diventare padre, a rapportarsi con le sue figlie nella loro crescita, passando per l’adolescenza.

Un libro che mi ha conquistata per l’ironia, la dolcezza e la naturalezza con la quale Paolo racconta le sue vicissitudini di uomo e di padre; non nascondo che tante volte mi sono ritrovata a ridere come una bambina, altre a riflettere ed altre ancora a trovare qualche lacrima sparsa nelle guance.

Un libro che non pretende di insegnare nulla a nessuno, anzi, che trasmette la bellezza dell’imprevisto, del non essere pronti mai a qualcosa, e nel saper ascoltare i consigli, ma anche a metterli da parte e a seguire ciò che cuore, ragione e istinto suggeriscono i quel momento.

Un libro scritto da chi, senza saperlo, mi ha insegnato che dietro un collega c’è un mondo infinito da scoprire, o anche solo da immaginare, e della bellezza della gratitudine quando scopri una parte di quell’infinito mondo, che è un tesoro.

Canzone: Esseri Umani, Marco Mengoni. https://www.youtube.com/watch?v=U-4OrzSBfm8

Sporcarsi di felicità.

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Capita di aver il viso incollato al finestrino di prima mattina; capita che pensi solo al sonno che non ti molla.

Ma capita meno di vedere alla fermata dell’autobus un bambino che gioca felice con il suo cane, con quest’ultimo che gli salta addosso per la felicità; a nulla valgono i tentativi della madre di calmare l’entusiasmo del momento per paura che suo figlio si sporchi prima di andare a scuola: lui e il suo fido amico sono in un altro mondo.

La felicità è anche questo: sporcarsi con qualcosa o con qualcuno. E al diavolo tutti i precetti: farsi vedere imbrattati di felicità grazie a qualcosa o qualcuno è l’immagine più bella che possiamo dare.

Canzone: Il Paradiso, Cordio. https://www.youtube.com/watch?v=lTzb3uEtfoU

L’anello di HellCity.

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Succede che scopro che un ragazzo che conosco, che fino a qualche anno fa ha abitato a qualche metro da me, scrive e pubblica libri; io che di libri ne sono una mangiatrice seriale.

Decido allora di leggerli e mi appassiono a quello stile diretto, incalzante, pieno di pathos.

Fino ad arrivare ad attendere il seguito di una storia pubblicata qualche mese fa, “L’anello di HellCity”: è la storia di Jayson, abitante di una città-fortezza, super controllata da un regime perfetto; ed è in quel regime perfetto che Jayson si accorge che lì si è solo schiavi; ogni giorno passa vicino ad un muro e si chiede cosa ci sia oltre, se è vero quello che gli dicono, che c’è solo morte e distruzione dovute ad una guerra nucleare.

Quella è la stessa domanda che a volte ci poniamo o che dovremmo porci davanti ai limiti che la vita o noi stessi ci mettiamo: cosa c’è oltre?

Jayson decide di scavalcare quel muro, con l’aiuto di un suo amico e della sua voglia di libertà. Quella libertà che lo porterà a conoscere un mondo nuovo, a scoprire che se lo vuole, può essere chi desidera.

Stile incalzante e una montagna russa di emozioni, Francesco Di Giulio è riuscito a scrivere un libro, anzi due, che portano a chiedersi cosa si è disposti a fare per superare quel muro che tante volte ci costruiamo da soli, e se siamo pronti per superarlo.

Buon viaggio amico mio, e buon viaggio a te che deciderai di leggere L’Anello Di HellCity.

Canzone: I am mine, Pearl Jam. https://www.youtube.com/watch?v=Nkgv3LoQY2o

Scrivo perché…

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Non so perché, ma è stata sempre una cosa naturale prendere carta e penna quando volevo far uscire fuori un pensiero, quando non sapevo dare un nome al nodo in gola che avevo da appena sveglia o per descrivere cosa mi passasse nella testa.

Scrivere è sempre stata una sorta di terapia, un modo per comunicare, perché con la voce resto e resterò sempre un’inguaribile timida che va con motore diesel.

Un modo per dare nome ai miei demoni, un modo per tirare fuori quel mondo immaginario che ogni tanto spunta quando guardo altrove, un modo per dire a qualcuno che gli voglio bene.

Un modo per esorcizzare quell’errore che ho fatto e che continuo a fare, ma che non riesco a correggere, e che a volte spunta fuori come “l’uomo nero” nei peggiori incubi dei bambini, per il quale ogni tanto a farne le spese sono le persone che mi sono accanto senza saperne il motivo; come quella siepe che aveva Leopardi, ma che lui ha usato per immaginare il suo Infinito.

Forse sarebbe il caso che allora usassi quel limite per trovare una nuova strada, per dare voce lì dove la voce non ce la fa, per svegliarmi una notte mentre quell’ “uomo nero” mi tiene il piede e dirgli semplicemente: “Ciao, ora che sei qui abbracciami, così la nostra paura sarà per metà più leggera”.

Canzone: Giocattoli, Fabrizio Moro. https://www.youtube.com/watch?v=ZfSM18ZsPVQ

Abbracciami.

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Abbracciami quando sono arrabbiata perché ce l’ho con me stessa e proprio per questo sento di non meritarlo.

Abbracciami quando mi vedi in lacrime chiedendomi che cosa ho e ti rispondo che sono affari miei.

Abbracciami quando non riesco a dare un senso alle lacrime che scendono.

Abbracciami io non lo farei.

Abbracciami quando ti faccio perdere tempo per una decisione che poi mando in fumo.

Abbracciami quando chiudo il mio mondo a chiave dentro una corazza di ira.

Abbracciami quando sento di averti deluso e per questo ho deluso anche me.

Canzone: Normale, Francesco Renga feat. Ermal Meta. https://www.youtube.com/watch?v=EEC6PrabapA

Parole, rumori e 12 anni.

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Parole, rumori e… 12 anni di attesa prima di vedere, ascoltare e vivere un tuo concerto. E ne è valsa la pena, nell’ascoltare nella tua voce ruvida e calda la rabbia, l’ironia e l’amore verso la vita.

In pochi ho visto mettere sia nei testi, sia nella voce, la stessa rabbia, lo stesso amore, la stessa ruvidezza, lo stesso calore, come se fossero due specchi, l’uno il riflesso dell’altro.

Nel mandare in tilt la tua band mentre su una stessa base improvvisi una decina di tue canzoni, ridendo come un uomo che ha ritrovato la leggerezza di un bambino che si scopre a giocare con ciò che ama di più.

Come canti in una tua canzone, non hai visto il mondo ma hai imparato a viaggiare lo stesso, e fai viaggiare chiunque ti ascolta.

12 anni ci ho messo ad assistere ad un tuo concerto, ma chi mi conosce bene sa che a volte sono un diesel; ma per farmi perdonare ho scelto una delle date più belle che un musicista può fare: la prima, quella dove non sa se andrà tutto bene, quella dove gli imprevisti sono tra un brano e l’altro della scaletta, quella dove il musicista sente tutto il peso, nel bene e nel male, di tutto il tempo trascorso dall’ultimo live; c’è un’emozione diversa, più intesa, più viva.

E la cosa bella é stata, ed é, che la musica, in questo caso la tua, mi accoglie sempre a braccia, sangue, voce e cuore aperti.

Grazie Fabrizio, grazie perché 12 anni fa “m’ennammoravo de te”, della tua musica, dei tuoi testi diretti, ruvidi e sanguigni, come la tua voce, come te; e me ne innamoro ancora (inna-moro… sì, sono cretina). Solo un problema: mi sa che si è creata un’altra dipendenza, ma come canti tu, “siamo ancora in tempo per ricominciare a vivere”; e io ricomincio a vivere dai concerti. Ditemi dove si firma per una vita così.

Canzone: Parole, Rumori e Giorni, Fabrizio Moro. https://www.youtube.com/watch?v=4GiV_5FsqTU

Come nasce una canzone?

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Ogni volta che ascolto una canzone mi chiedo quale magia l’abbia resa così potente, e dopo penso a tutto il lavoro che ci possa essere dietro, tutto il sudore, le imprecazioni e l’amore che il suo autore ci riversa dentro; io che una volta ci ho provato ed è uscito un totale disastro.

Quella scintilla che all’inizio arriva e che fa mettere nero su bianco parole e musica, se in quel passaggio preciso è più adatto un diesis o un bemolle; quei fogli presi, accartocciati o strappati perché ciò che è uscito fuori non rappresenta ciò che si aveva in mente; quel passaggio che prima di essere suonato da un certo tipo di chitarra, prima è stato suonato da un sax o da un’armonica per sentire con quale strumento si riuscisse a farlo arrivare meglio.

Quel prodotto di 3 minuti e mezzo che ha il potere di arrivare con un tempismo perfetto, che in quel preciso passaggio parole e musica creano la magia di far spuntare fuori un brivido o una lacrima, che ci fa chiedere come caspita fa una canzone a capire e farci scoprire tanto di noi; e io mi chiedo ogni volta come faccia quella canzone capire tutto di me, prima ancora che ci riesca io.

Per questo nel titolo ho voluto mettere la domanda: perché nemmeno io so come nasce una canzone, e anche se mi venisse spiegato mille volte, resterei dell’idea che è la magia più bella che Qualcuno Lassù abbia mai creato.

Canzone: La storia del mondo, Nek. https://www.youtube.com/watch?v=Pc4fHL7R7bM

Capita, a volte.

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Succede così a volte: dopo una delusione tagliente come una lama decidi di chiudere a chiave il cuore, lasciando fuori da te ogni emozione, ogni sensazione; vivere in una condizione asettica, priva di contagi esterni, priva di contatti esterni.

Bello, vero? Forse. Ma come ci si sente a vivere come una macchina?

E poi, improvvisamente e senza nessun preavviso, il cuore torna a battere per qualcuno, e qualcosa dentro di te inizia ad essere in lotta contro tutta la barriera che in maniera precisa, puntigliosa e maniacale ti sei costruita.

Quel cuore che ha ricominciato a battere e che desidera per una volta che da qualche parte ce ne sia un altro che batta al suo stesso ritmo; dall’altra parte, però, c’è la paura di scoprire che quest’ennesima speranza si tramuti in illusione per poi delusione.

E allora ti rimane da fare solo una cosa, una scelta: fai un passo in avanti o uno indietro?

Canzone: Almeno tu ricordati di me, Cordio. https://www.youtube.com/watch?v=TVOmsdaahpc

L’ultima volta che…

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Quand’è l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio e nonostante tutto ti sei rivolta un sorriso?

Quand’è che provando quell’indumento ti sei sentita bella?

Quand’è che, sentendoti anche uno straccio, ti sei detta che è solo un momento e che andrà tutto bene?

Quand’è che hai fatto un gesto per volerti bene?

Quando hai abbassato le difese verso qualcuno mostrando le tue fragilità?

E quando le hai mostrate hai sentito che eri ancora più bella?

Tutte queste domande per dirti che se vuoi, se sai guardarti bene, sei una meraviglia.

Canzone: Combattente, Fiorella Mannoia. https://www.youtube.com/watch?v=2eX0nTuFwRI

Come l’arcobaleno.

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Io, che torno da una giornata di lavoro stressante, con mille paranoie per gli errori fatti, e con la stecca degli occhiali che ha deciso di rompersi, infrangendo quei piccoli sogni da concretizzare nell’immediato.

E poi ci sei tu, che non faccio in tempo a tornare a casa e dall’altra parte del telefono ti perdi a raccontarmi mille cose, le tue nuove scoperte al primo anno delle elementari, di quanto è bello scrivere ad inizio pagina il nome del comune dove ti trovi, di quanto è meraviglioso immaginare di dipingere le pareti di casa di nonna dei colori dell’arcobaleno con un pennello per spolverare.

E io che piango di gioia in silenzio dall’altro capo del telefono mentre ascolto la tua voce piena di gioia, meraviglia ed entusiasmo, perché tu, tesoro mio, mi hai dato la lezione di vita più grande: quella di non smettere mai di stupirmi delle piccole ma grandi cose.

Tesoro mio, ti chiedo un favore: non smettere mai di essere così, e di ricordare ogni tanto alla tua zia sgangherata che c’è sempre qualcosa o qualcuno per cui sorridere sempre; in questo caso tu.

Canzone: Come un pittore, Modà feat. Jarabe De Palo. https://www.youtube.com/watch?v=RuYbA55IWGs

Pause.

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Il venerdì di solito porta con sé il sollievo di una settimana faticosa che sta per concludersi con l’inizio della gioia e della speranza di un weekend di riposo.

Se non che scopri che è sciopero dei mezzi pubblici e sei costretta ad aspettare la prima anima pia di autobus disponibile.

Poi però ti fermi e ti guardi intorno, e ti chiedi quand’è l’ultima volta che ti sei fermata, quando hai dedicato il giusto tempo alle parole di quella canzone che ami, quando hai fatto caso che l’estate sta finendo (“e un anno se ne va, sto diventando grande, lo sai che non mi va”, dai, ammettetelo che l’avete cantata mentre leggevate le parole, non barate!) e che lascia il posto ai pomeriggi dai toni caldi dell’autunno.

Quando mai ti è capitato che da un imprevisto ne è uscita fuori una cosa bella? Se ti fermi a contarle, sai che non sono poche, e se lo fossero, ora magari è il momento di coglierle.

Canzone: Per me, Fabrizio Moro. https://www.youtube.com/watch?v=HPUCAm7elCY

Insonne è la notte.

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Insonne è la notte di chi aspetta quel messaggio che non arriva.

Insonne è la notte di chi pensa a chi il suo pensiero non glielo rivolge mai.

Insonne è la notte di chi il silenzio è invaso dal rumore di troppi pensieri.

Insonne è la notte di chi si maledice per aver perso per l’ennesima volta la testa per la persona sbagliata e si convince che la sua condanna sarà il non essere mai ricambiata.

Insonne è la notte di chi l’indomani ha una prova importante e mentre immagina scenari catastrofici se non dovesse andare, dall’altra si aggrappa a quella sottile fune di speranza.

Canzone: Il ballo delle incertezze, Ultimo. https://www.youtube.com/watch?v=EyZir4O5pu4

Una di quelle mattine.

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Una di quelle mattine in cui esci da casa dopo tante con la giacca perché inizia a fare freddo.

Una di quelle mattine in cui hai dovuto indossare di nuovo le scarpe chiuse, perché l’acquazzone improvviso di ieri pomeriggio è stato un valido avvertimento.

Una di quelle mattine in cui scorgi visi ancora assonnati insieme al tuo, i quali da un lato hanno ancora il segno del cuscino.

Una di quelle mattine in cui la nebbia che piano piano si dirada ti avverte che la vita continua, e forse per questo è arrivato il momento di mettere le basi per vecchi e nuovi progetti, rimasti lì a dormire con la scusa dell’estate, come se il letargo per alcuni si sia spostato di qualche mese.

Settembre in fondo è come Gennaio: l’inizio di un nuovo anno, e forse sai che è il caso di mettere qualche mattone che al contempo renda solido qualche tuo progetto e che sia in grado di lasciarlo volare.

Ci stai?

Canzone: Impressioni di Settembre, Marlene Kuntz (PFM). https://www.youtube.com/watch?v=ArTxnjbahIA

Finitamente Infinito.

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Ci sono poesie e opere che rimangono impresse nella nostra mente e nel nostro cuore, perché un po’ ci rispecchiano, sono parte di noi.

Penso all’Infinito di Leopardi, a quella siepe, quel limite che lui ha trasformato come chiave per arrivare, appunto, all’Infinito.

Ogni nostro limite, se ci pensiamo bene, può diventare una chiave per il nostro Infinito.

Dopo averlo disprezzato, rinnegato, oltraggiato; perché tanto rimane sempre lì, e allora tanto vale farlo diventare un punto di forza.

Pensiamoci: le più grandi canzoni, opere scritte, pittoriche o scultoree sono nate da un limite, da un fatto negativo, da una mancanza.

Anche i nostri desideri, il nostro aspirare a qualcosa, nascono da una mancanza (non a caso la parola “desiderio” significa etimologicamente “mancanza di stelle”). Ed è da quella mancanza che spunta fuori una nostra capacità pronta a dargli un senso, che sia lo scrivere, il comporre una canzone, dipingere, disegnare, ascoltare qualcuno, saper consigliare e motivare qualcuno, ecc…

Guardare ad ogni sconfitta, ad ogni ferita, ad ogni limite come una chiave, un punto di partenza; questa è la sfida.

Chi ci riesce?

Canzone: Qualcosa cambia, Daniele Silvestri. https://www.youtube.com/watch?v=3Ciml7HGLHM

Buio e Luce.

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Capita a volte di trovare qualcuno con cui ti senti in sintonia, con il quale inizi a ridere e a scherzare su ogni cosa. Qualcuno che non ha fatto molta fatica a scardinare il muro di cinta delle tue difese, e già per te è strano perché lo hai costruito con perizia estrema.

Da lì hai l’impressione che quelle giornate, anche se un po’ pesanti, grazie a quelle risate diventino più leggere.

La risata poi è il primo passo che ci fa abbassare le difese, e da lì senti che magari puoi prenderti anche la libertà di far vedere anche qualche parte di te più buia, mostrandoti in tutta la tua autenticità.

In realtà è proprio lì che tutto si svela: è quando quel buio viene rifiutato che capisci su chi puoi contare veramente. Fa male all’inizio, ma come ogni ferita che si rispetti, poi li si forma una cicatrice, con una pelle ancora più dura da scalfire, soprattutto per chi non conta veramente per te. Ed è chi non conta per te che non capisce che “buio e luce sono figli del sole”.

Canzone: Buio e Luce, La Fame Di Camilla. https://www.youtube.com/watch?v=FyhmG6czpzM

Quanto tempo è passato.

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“Quanto tempo è passato” pensi, e magari te lo dice l’altra persona mentre siete davanti ad una birra ghiacciata che cerca di resistere alla calura estiva.

E guardi la condensa attorno al bicchiere, a quelle gocce che si sono formate e stanno facendo a gara a scendere più in fretta verso il fondo del bicchiere, o a rimanere salde a bordo, secondo i punti di vista; perché sai che se alzassi lo sguardo e incontrassi i suoi occhi rivivresti in un istante tutto ciò che avete provato insieme.

Tempo remoto ormai, ma quanto può diventare presente se un ricordo ti balza tra testa, occhi e cuore come se lo stessi rivivendo in quell’istante?

Ed è forse per questo che cerchi di scappare, ma si sa: da certi attimi, da certi ricordi, da certi doni che la vita ti ha donato non puoi scappare. Nemmeno se lo vuoi.

E allora puoi solo ringraziare per quel dono che, volente o nolente, ti ha portato ad essere chi sei oggi.

E allora, anche solo per un attimo, alza i tuoi occhi e incontra i suoi, anche solo per dirgli “grazie”.

Canzone: 9 Primavere, Ermal Meta. https://www.youtube.com/watch?v=ClRcLxjtvHU

La crisi del foglio bianco.

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C’è che hai in mente una storia, con i suoi protagonisti, ognuno con le sue caratteristiche, hai l’inizio e il finale, ma ti manca la parte centrale, lo sviluppo della storia.

Metti anche in mezzo la così detta “crisi del foglio bianco”, quella che ti porta a non scrivere nulla per mesi, e tu cominci ad invocare chissà quale colpo di fortuna o Provvidenza; e quella storia rimane lì, sospesa, in attesa. E tu inizi a sentirti in colpa.

Ti senti in colpa verso un nuovo progetto che stenta a decollare, e sai bene che la responsabilità è la tua.

Ma poi capisci che ci sono cose per le quali ci vuole pazienza, cura e costanza; e che loro, quelle cose, ce le hanno molto più di te, insieme alla fiducia; come un seme sotto terra che dentro di sé ha tutta la forza del mondo per diventare una meravigliosa pianta. E quando lo capisci, magicamente le dita ricominciano a scorrere sui tasti, e piano piano le pagine si riempiono.

A volte sei tu che devi avere pazienza con i tuoi progetti, insieme all’amore e alla fiducia.

Canzone: Muhammad Alì, Marco Mengoni. https://www.youtube.com/watch?v=-dABj9R5D5s

Quelle sere…

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Quelle sere in cui torni a casa e vorresti solo piangere.

Quelle sere in cui hai avuto una giornata no su ogni fronte.

Quelle sere in cui avresti voglia di piangere tra le braccia di qualcuno ma non chiami nessuno per orgoglio, perché una parte di te ti dice che succede, che non serve lagnarsi alla prima difficoltà e rompere le scatole a qualcuno.

Quelle sere in cui vorresti spegnere tutto, fermare tutto, per non pensare.

Quelle sere in cui vorresti un abbraccio e chi ti consola, e subito dopo ripensarci perché per gli errori che hai fatto ti dici di non meritarli (dannato orgoglio e istinto sadico).

Quelle sere in cui non ti resta che piangere in compagnia del cuscino ripeterti che domani sarà migliore.

Canzone: La fine, Tiziano Ferro. https://www.youtube.com/watch?v=UZkUWRqACfs

Torna a giocare.

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Quando hai smesso di giocare? Quando hai smesso di fare ciò che ami solo per il puro piacere di farlo? Quando hai avuto paura di andare oltre, che oltre il gioco quel qualcosa che ti muoveva anima, corpo e cuore potesse diventare “una cosa seria”? E perché hai avuto paura?

Come stai adesso? Ti senti maturo/a per il semplice fatto di aver smesso di immaginare il tuo futuro e iniziato a fare solo “cose concrete”? Ti senti più responsabile? Forse.

Ma sei felice? Mi sa che a questa domanda fai fatica a rispondere, vero?

E allora perché non ricominci a giocare, a fare ciò che ami per il puro e semplice piacere di farlo? Senza pretese, senza obblighi, senza ansie da prestazione.

Tu e la tua passione per quel qualcosa che giocate insieme. Magari lei ti aspetta, anzi, forse non ha mai smesso di farlo.

Canzone: Please don’t stop the rain, James Morrison. https://www.youtube.com/watch?v=F2Cm_4573fs

L’estate addosso.

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La sabbia o il bordo della piscina dove cammini mentre ti avvii verso l’acqua.

Il suono ovattato mentre sei in immersione, dove non esisti altro che tu, l’acqua e il senso di pace che ti dona.

La pelle che entra a contatto con uno dei suoi elementi più congeniali.

Il vento che ti accarezza la pelle mentre ti asciughi al sole mentre per sottofondo hai il canto delle cicale, e che ti schiaffeggia mentre ti tuffi, con il respiro e i battiti sospesi per un attimo, prima che tu e l’acqua diventiate un solo elemento.

Terra, Acqua, Vento e Fuoco: questo è ciò che fa l’estate, unire i quattro elementi; questo è avere “l’estate addosso”. “Respira questa libertà!”.

Canzone: L’estate addosso, Jovanotti. https://www.youtube.com/watch?v=VHcAusNO3L4

Desideri di una notte di mezza estate.

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Ci si sente ricchi quando qualcosa di tuo appartiene a qualcosa o a qualcuno.

Quando la parte più importante di te, la tua anima, è indirizzata verso qualcosa o verso qualcuno.

Strano vero?

In un mondo che ci insegna ad accumulare ci sentiamo ricchi solo quando qualcosa di noi lo doniamo a qualcuno o a qualcosa.

Lo scrivo mentre in una notte di mezza estate ho il naso all’insù verso le stelle, e mi chiedo se io mi sia mai sentita così. Forse sì, una volta.

Ora no, non più, e ho una voglia matta di tornare a vivere tutto quel turbinio di emozioni, di tornare a spendermi per qualcosa in cui credo veramente, di buttarmici completamente a capofitto, senza paura, o se anche ci fosse, nonostante essa. E nel mentre penso tutto questo una stella lascia la sua scia.

Canzone: Piccola Stella, Ultimo. https://www.youtube.com/watch?v=lVoeJIakscs

Cosa vuoi fare?

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C’è stato un momento in cui hai sognato di essere libera: libera di scegliere cosa fare, libera di essere ciò che volevi, libera anche di sbagliare. E quel momento è anche arrivato.

Solo che poi, quando tutto si è fatto concreto, palese, quando avevi davanti a te mattoni e calce, non sapevi cosa costruire; o forse sì, ma c’è stata una forza più grande del vento, del fuoco e dell’acqua che ti ha battuto: la paura.

E allora hai fatto marcia indietro, chiudendo cuore, sogni e speranze nello sgabuzzino.

E adesso come stai? Meglio?

Trascorri le giornate nell’aridità più totale, all’insegna del dovere e del produrre il più possibile, torni a casa stanca, distrutta, senza forze. Tu che hai sopportato giornate molto più dense di queste, dove magari tornavi a casa lo stesso stanca e distrutta, ma con il sorriso; ti bastavano poche ore per riprendere le forze, perché c’era un’energia dentro di te molto più potenze di qualsiasi altra: l’amore per ciò che facevi.

E ora? Cosa vuoi fare? Continuare a vivere così, tenendo chiuso tutto dentro quello sgabuzzino, o piano piano riaprilo, anche se con fatica, e cominciare a costruire ciò che ami? Meglio faticare per ciò che ami, che sicuramente ti darà qualche incertezza nella vita concreta, o meglio faticare per ciò che non ami, che ti darà sicuramente stabilità ma non ti farà sorridere nonostante tutto? Quale forza vuoi far vincere, quella della paura o dell’amore?

Canzone: Guerriero, Marco Mengoni. https://www.youtube.com/watch?v=fK8LrzzC4-8

Dannata timidezza.

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Pensare a qualcuno e chiedersi come sta, se è felice, se mai dovresti rivederlo cosa dirgli, non tanto qualcosa di importante ma almeno una frase di senso compiuto.

Perché magari sei anche brava ad usare le parole, ma davanti a qualcuno o a qualcosa che ha fatto centro proprio lì, nel tuo punto più debole, parole non ne hai; perché a volte ciò che provi non può essere palesemente riportato a voce o su carta. Forse solo in azioni, anche se piccole.

Ma tanto lo sai già: se mai capiterà di nuovo che gli astri facciano ‘sì che vi rivediate, al massimo ti spunterà un sorriso su bocca, occhi e cuore e, se la voce supererà il deserto del Sahara che si sarà creato in bocca, forse uscirà un semplice e flebile ciao. Dannata timidezza.

Canzone: Chissà se stai dormendo, Jovanotti. https://www.youtube.com/watch?v=5HId3Nw_Fc0

Tu.

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Tu, che sei bravissima a costruire discorsi degni di grandi film, immaginando scene piene di pathos, e poi dici a malapena un ciao.

Tu, che per dire “grazie” o scusarti te ne esci con frasi che ti fanno fare le peggiori figure.

Tu, che pur avendo paura dei tuoi mostri, sei talmente terrorizzata nel doverli affrontare che decidi di conviverci.

Tu, che parti con slancio per una nuova avventura e poi un secondo dopo ti chiedi se hai fatto la cosa giusta.

Tu, che sorridi e abbassi lo sguardo ogni volta che qualcuno ti rivolge un sorriso e un complimento quasi convinta che l’altro non ti veda arrossire.

Tu. Semplicemente, disastrosamente, meravigliosamente, Tu.

Canzone: Certe donne brillano, Luciano Ligabue. https://www.youtube.com/watch?v=J8hwaYvneIo

Una storia da raccontare.

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Sono in giro, all’aperto. Mi piace perdermi per strade che non conosco per poi ritrovarmi, respirare profumi quando mi fermo un attimo per prendere fiato o a bere qualcosa, immaginare sulla vita di persone che non conosco e che mi passano accanto, dandomi per spettacolo attimi di straordinaria quotidianità con le persone che amano.

Basta magari un gesto e da lì parte un film, una storia; una storia che la mia fantasia costruisce, suggerita da particolari di attimi che vivo quotidianamente, ma che non è vera, almeno per quanto ne so (avete presente quella frase che compare nei libri o nei film “personaggi e trama di questa storia sono puro frutto di fantasia, quindi ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale”?), però dentro di me sento che vale la pena scrivere.

Ed è così che nasce una storia, una storia da raccontare. Come le piccole storie che condivido con voi in questo spazio, o come una storia, leggermente più grande. Una storia che sta nascendo piano piano, con i suoi tempi e i suoi modi che rispetto, come una pianta o un fiore che ha i suoi tempi per germogliare, crescere e sbocciare, e che sinceramente non so nemmeno se un giorno diventerà vostra; ma intanto c’è, e ci sto lavorando e gettando dentro amore, dedizione, lacrime, rabbia e sudore. Una storia che amo, e nella qual sto amando i suoi personaggi, che sono parte di me e chissà se un giorno saranno parte di qualcun altro.

Canzone: Hall Of Fame, The Script feat. Will.I.Am. https://www.youtube.com/watch?v=mk48xRzuNvA

Pomeriggi di ordinaria magia.

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Nel primo pomeriggio mi ritrovo ad uscire e, vista la giornata con un sole che spacca le pietre e temperature di inizio estate, decido di non portare con me l’ombrello (mossa più sbagliata che potessi fare).

Tempo che esco dall’appuntamento che avevo e mi ritrovo con in mezzo al diluvio universale, tanto che mi manca solo incontrare Noè con l’arca e tutti gli animali annessi.

Arrivo alla fermata ad aspettare l’autobus che ho più acqua addosso io di una spugna; sto per dire qualcosa di poco carino ed elegante quando, alzando gli occhi all’insù, trovo lui, un arcobaleno.

E in un attimo dalla fase rodimento passo alla fase bambina in me che sorride, per poi scoppiare a ridere di me quando mi accorgo di come il diluvio mi ha conciata.

Basta veramente poco per sorridere. Basta veramente poco per ridere. Basta veramente poco per convertire un momento no ad un momento di ordinaria magia.

Canzone: Per uno come me, Negramaro. https://www.youtube.com/watch?v=uGz7Qc-t9Lc

Dove vanno a finire.

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Mi chiedo dove vanno a finire le parole che tanto vorremmo dire a qualcuno ma che poi non abbiamo il coraggio di dire.

Quel sincero “Ciao, come stai?” che vorremmo scrivere ed inviare, ma che proprio perché lo sentiamo davvero abbiamo paura di inviare o chiedere per paura della risposta.

Dove vanno a finire quei gesti d’affetto o d’amore mancati perché non è il momento o per paura di un rifiuto.

Quel “Ti stavo pensando” perché sa troppo di impegnativo.

I progetti che sogniamo di notte, dei quali ne immaginiamo i minimi particolari, e poi per magia svaniscono con l’alba.

Le parole scritte su quaderni e quaderni nascosti sotto dei libri perché è meglio che stiano lontane da occhi indiscreti.

Le guance che arrossiscono al pensiero di lui o lei e che nascondiamo tra le mani o nel colletto della giacca.

Il battito del cuore che aumenta ma che lo teniamo al segreto dentro di noi.

Il sorriso che spunta al pensiero o al ricordo di qualcuno.

Le lacrime ingoiate e non fatte uscire per orgoglio.

Me lo chiedo da un po’ e fateci caso anche voi: Cosa ricordate? Le parole, i gesti, gli attimi vissuti veramente o le parole, i gesti e gli attimi che dentro di voi avete immaginato ma che per mancanza di coraggio non avete portato a destinazione?

Canzone: Pianeti, Ultimo. https://www.youtube.com/watch?v=QdaO4l7a3c4

Benedetti scrittori.

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Benedetto/a sia chi mette nero su bianco situazioni ordinarie ma che con le sue parole sa farle diventare straordinarie.

Coloro che poi hanno sentito l’esigenza di condividere con qualcuno quelle parole; quelle parole che magari le hai pensate, che per un attimo ti sono passate come dei sottotitoli in testa, ma che per svariati motivi non hai fissato da nessuna parte, e poi te le ritrovi per magia scritte da qualcun altro.

Quelle parole che, impresse da qualche parte, ti costringono a fermarti un attimo, anche solo per leggerle, ma che poi ti accorgi che sono anche tue; e in quell’istante stesso provi un misto di stupore per la similitudine trovata con l’autore/autrice di quei pensieri, e di bellezza perché ciò che provavi e sentivi lo hai avuto lì, palese, concreto di fronte a te, e ti ci sei riconosciuto/a, ti sei detto/a “Questo/a sono io”.

E magari, grazie a quelle parole che hai pensato, ma che non hai mai scritto né su un pezzo di carta né su un pc, e che ora sono concrete, palesi, fissate concretamente, hai il coraggio di riprendere in mano qualcosa che avevi lasciato lì, in un angolo da qualche parte, e sei curioso di vedere come va a finire.

Canzone: Come va a finire, Andrea Vigentini. https://www.youtube.com/watch?v=NbJsUJTWhR4

In bilico.

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Ci sono quei momenti che, nonostante le difficoltà, le fatiche, i pesi che hai, c’è quel filo fino, ma resistente e duro a spezzarsi di sensazione che va tutto bene.

È strano a dirsi ma a volte capita: mentre sei su quel filo come un acrobata, dove sono più le possibilità di cadere che di rimanere in piedi, sai che arriverai dall’altra parte, e sai che forse dall’altra parte troverai ciò che stai cercando, anche se ancora non ne sei pienamente convinto.

E anche se dall’altra parte non lo troverai, ti aspetta un altro filo su cui stare in bilico, su cui faticare, su cui tremare, su cui ammirare il panorama.

Canzone: Vivere il mio tempo, Litfiba. https://www.youtube.com/watch?v=bQTmk_o7rk4

Ali nel cuore, piombo nei piedi.

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Occhi al cielo, mente e cuore altrove, mentre i piedi sono ben piantati a terra, come se fossero legati a delle scarpe di piombo.

Voglia di volare, ma paura di cadere.

Ed è forse quest’ultima che tante volte non ci fa abbassare per slacciare i lacci di quelle scarpe pesanti, che ci fa invece abbassare il tiro dei nostri sogni e delle nostre ambizioni: abbiamo paura di volare perché abbiamo paura di cadere.

Allora che fare? Rimanere inchiodati a terra guardando l’orizzonte e continuare ad immaginare l’Infinito, come faceva Leopardi, o toglierci qualche zavorra per provare anche solo a sfiorare quell’Infinito e al diavolo se cadiamo?

Io ho ancora i piedi allacciati alle mie scarpe di piombo, ma la voglia di provare a volare c’è. Manca quell’attimo di incoscienza che mi faccia rapidamente inchinare per slacciare le scarpe e provare.

Tu che fai?

Canzone: Mi fido di te, Jovanotti. https://www.youtube.com/watch?v=LvG12qnnY_g

Fotografie.

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Guardare una foto di qualche tempo fa e ritrovarsi a sorridere per la valanga di ricordi che riaffiorano:

quanto tempo è trascorso, quante cose sono cambiate, a quante di quelle persone che in quelle foto stai abbracciando hai dovuto dire addio, quante di loro nonostante tutto sono ancora lì accanto a te.

In quelle foto ridi come una pazza e ti ricordi cosa stavi facendo, con chi eri e le cavolate dette o fatte per ridere così.

In quell’altra foto stai abbracciando qualcuno che forse non è più fisicamente lì con te, ma il tuo cuore non gli ha chiesto lo sfratto.

In quell’altra guardi verso l’orizzonte di quella vacanza indimenticabile, e in quel momento non avresti voluto essere da nessun’altra parte.

Tutti quei momenti fissati in un click, nel cuore e negli occhi, e ti hanno portato ad essere chi sei oggi; e a volte, tante volte, riaffiorano quando tu stessa ti sei persa, e spuntano fuori per farti ritrovare la strada di casa.

Canzone: Photograph, Nickelback. https://www.youtube.com/watch?v=T3rXdeOvhNE

44 minuti.

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44 minuti: è l’attesa che puntualmente mi aspetta ogni mattina.

No 45 minuti, 44, come i gatti; perché se fossero 45 non ci sarebbe l’attesa della navetta che mi porta a lavoro.

E invece, visto che l’autobus puntualmente fa ritardo di 1 minuto, quello che basta per rovinarmi i piani (in fondo se ci pensiamo, quante cose possiamo fare in 1 minuto?), ho tutto il tempo di stare alla stazione ad aspettare, e osservare.

Osservare chi arriva di corsa per non perdere il treno, da far invidia ai velocisti; chi esce dalla stazione che sembra aver dimenticato il cuscino attaccato al viso; chi arriva con le valigie con occhi carichi di speranza verso una vacanza che promette aspettative; chi sa che sarà una giornata da sopravvivere in ufficio, chi parte e porta con sé la voglia di non tornare più.

In fondo, dai, a volte non è così male arrivare in ritardo di un solo minuto.

Canzone: Prima di partire per un lungo viaggio, Irene Grandi. https://www.youtube.com/watch?v=fABiEMP7qVk

Dura corazza.

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Siamo fatti di porte sbattute in faccia, di falsi colloqui, di “Grazie, le faremo sapere”.

Siamo fatti di sdegno, rabbia, lacrime; di silenzi al buio mentre lo stomaco si contrae per ciò che non va.

Siamo fatti di cadute, sconfitte, ferite.

Siamo fatti di ciò che amiamo, di ciò per cui combattiamo, di ciò che ci fa rialzare ancora una volta.

Siamo fatti di carezze, di abbracci, di baci; di quel “per sempre” che magari non durerà, ma che lo sarà proprio perché impresso in quel preciso momento. Di respiri che doniamo a chi ci custodisce nel suo petto nelle notti di burrasca. Di battiti che custodiamo di chi ce li affida, cullato/a nel nostro petto nei giorni di tormenta.

Siamo fatti di cicatrici, tatuaggi perfetti per noi che per l’eternità ci ricorderanno tutte le battaglie che avremmo anche perso, ma alle quali siamo sopravvissuti. E siamo più vivi che mai.

Canzone: Figli di nessuno, Fabrizio Moro. https://www.youtube.com/watch?v=_hmJ1ldCUNQ

Non torneranno più.

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Quei lunghi messaggi vocali o telefonate nelle quali vi raccontavate vita, morte e miracoli, la cui durata superava un album di 12 tracce.

Quelle notti in bianco a programmare un evento, sovrastato da piccole paure che qualcosa andasse storto, per poi appurare che non solo sarebbe andato tutto bene e alla velocità della luce, tanto da avere l’impressione di non averne goduto nemmeno un attimo, ma invece avete avuto il dono di assaporarne ogni istante fin dalla sua preparazione.

Quella carezza a pieno palmo sul viso, dove magari hai sperato che lui voltasse di poco il volto per ritrovarti il suo dolce bacio sulla mano, quando invece quella carezza a pieno palmo te la sei ritrovata tu, e tu stessa non hai avuto il coraggio di voltare il tuo viso per lasciargli sul palmo un tuo bacio.

Le notti di Ferragosto in spiaggia dove gli altri ogni tanto ti si fanno vicini per paura che tu possa prendere una sbronza epica, quando alla fine sei tu a riportarli a casa perché la sbronza epica l’hanno presa loro.

Le notti trascorse a dormire negli scantinati e le sveglie improvvise all’alba, dove gli occhi li avrai chiusi sì e no due ore, ma che per la compagnia che avevi, ti chiedevi se quello fosse già un assaggio di Paradiso.

Tutte queste immagini ti scorrono davanti come un film, mentre una canzone malinconica attraversa le tue orecchie fino ad arrivare ai tuoi ricordi. Ti sembrano così lontane, ma al tempo stesso così vicine.

E lì, dopo un dolce sorriso, sospiri e volti lo sguardo, perché sai che non torneranno più. O forse sì 😉

Canzone da ascoltare: Non torneranno più, Negrita. https://www.youtube.com/watch?v=GK3K9jwqCXQ

Notte prima degli esami.

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Succede sempre così: alla vigilia di una nuova avventura le ore di sonno perse non si contano, il cuore ha perso qualche battito e il fiato ha perso qualche respiro.

Con la testa che vorrebbe tornare almeno a 24 ore prima, così giusto per avere un giorno in più prima del nuovo grande salto, per prendere fiato, per non rischiare di prenotare una visita cardiologica di emergenza. E invece il tempo in questo caso non è paziente, come invece lo è quando siamo in attesa di qualcosa che desideriamo fino al midollo; chissà perché.

Con tante domande che rimbalzano tra testa e cuore e che sono visibili negli occhi se li guardi bene: Ce la farò? Sarò adatta? E se andasse male? Riuscirò a risollevarmi ancora una volta?

Domande poste una dietro l’altra perché tra loro non si concedono lo spazio di essere digerite, ma arrivano così tutte insieme, come i colpi di un pugile che alterna il destro e il sinistro. Domande che in questo preciso istante non hanno risposta, ma qualcuno mi ha detto che quando ho le domande non ho un punto da cui partire, sono a metà strada.

Canzone: Notte prima degli esami, Antonello Venditti. https://www.youtube.com/watch?v=KwPG6HvY9PQ

Tu (io).

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Tu, incredibilmente spaventata dai cambiamenti, anche se a volte li desideri.

Tu, che quando ti mettono davanti ai tuoi difetti, le urla si strozzano in gola perché sai che è tutto vero.

Tu, che per paura di legarti metti fine a qualsiasi tipo di relazione pur di non soffrire troppo.

Tu che sei un disastro relazionale.

Tu, che quando fai male a chi ami passi ore ed ore al buio e in silenzio.

Tu, che hai paura di scoprirti troppo per non mostrare i tuoi punti deboli.

Tu, che decidi per entrambi senza accorgertene per non stare male quando per la testa non ti passa nemmeno l’idea che potrebbe stare lui/lei.

Tu. O Io.

Canzone: Quello che le donne non dicono, Fiorella Mannoia. https://www.youtube.com/watch?v=m16vK8tgBBs

Nelle nostre ombre.

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“L’amore vero in fondo ci dice: non mascherarti, guardami negli occhi, non me ne faccio niente delle corazze dietro cui credi di nasconderti, dammi ciò che sta sotto e dentro, io voglio solo te”. Questa frase di Matteo Bussola tratta dal suo ultimo libro “La vita fino a te” mi ha conquistata qualche giorno fa.

Se poi aggiungo che il giorno dopo mi suonava in testa una canzone (che vi consiglio di ascoltare allegandovela qui sotto) e, leggendo il testo tradotto si collegava esattamente a questo concetto, non potevo non inserirla.

L’amore quello vero in fondo questo ci chiede: di gettare le maschere e farci guardare veramente per come siamo, soprattutto nelle nostre ombre, e di far gettare la maschera di chi amiamo e di guardarlo veramente per come è, soprattutto nelle sue ombre.

Ma ne abbiamo il coraggio? Abbiamo il coraggio di farci amare da qualcuno? Abbiamo il coraggio di fargli amare le nostre ombre quando noi siamo i primi ad odiarle e a nasconderle? Abbiamo il coraggio di mostrargli le nostre ferite quelle che la vita ci ha inferto e quelle che, a volte, ci causiamo da soli? Abbiamo il coraggio di buttare giù la maschera?

Lo scrive e lo chiede una che è la prima a fuggire e a rinnegare le sue ombre, dimenticando tante volte che sono quelle a renderci unici.

Canzone: Demons, Imagine Dragons. https://www.youtube.com/watch?v=mWRsgZuwf_8

Coraggio di essere umani.

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«Secondo te ce la farò?»

«Se non inizi non lo saprai mai…»

«E se fosse uno sbaglio?»

«Non puoi saperlo ora… se lo fosse ci avrai comunque provato, avrai vissuto un’esperienza bella, intensa e che ti avrà fatto scoprire qualcosa in più di te.»

«Ma ora come ora non posso più permettermi di sbagliare! Sarebbe anche il momento che cominciassi a capire cosa voglio veramente! Già cominciare adesso un qualcosa che forse ho voluto sempre fare ma che non ho mai avuto il coraggio di intraprendere mi sembra una follia!» gli dico in piena e totale agitazione e con il cuore che batte a tremila.

Lui mi fissa come se avessi detto la cazzata più grossa della mia vita. E in effetti lo è.

«Io ne ho “qualcuno” più di te, ed ora mi sono deciso ad inseguire il mio sogno! A quarant’anni! Io che ho sempre sognato di insegnare ma non ho potuto farlo perché non ho una laurea, ora mi sto approcciando al mio sogno in maniera diversa. A quarant’anni mi sono deciso a realizzarlo! E tu mi dici che alla tua età senti che non puoi più permetterti di credere nei tuoi sogni?!»

«Ma perché ora? Perché? Perché non ho avuto il coraggio di farlo prima?» gli dico sempre più agitata.

«Forse perché non era il momento? Forse perché non eri pronta? Forse perché dovevi affrontare ciò che hai affrontato quest’anno per rendertene conto?»

Lo fisso per un po’, occhi negli occhi. I suoi mi trasmettono una carica che sento di non avere dentro di me, ma della quale ne ho un estremo bisogno.

Poi abbasso lo sguardo. Sospiro.

 Ruoto di continuo la forchetta nel piatto per raccogliere degli ottimi spaghetti al tonno, pomodoro e olive nere, ma che l’agitazione creata dall’argomento che sto affrontando con il mio amico non mi fa assaporare, anzi, sembra quasi che stia mangiando dei chiodi.

«Ascoltami: io e te ci vediamo si e no tre volte all’anno e tu fai questa domanda a me! Sì, è vero, ci sentiamo di continuo tramite telefonate e messaggi, ma io sono l’ultima persona alla quale dovresti fare questa domanda.»

Alzo lo sguardo e lo fisso aggrottando lo sguardo, cercando di capire cosa sta cercando di dirmi.

«In realtà questa domanda non la stai ponendo a me, non mi stai chiedendo un parere. Questa domanda la stai facendo a te stessa, e in realtà sai già in cuor tuo quale sarà la risposta: tu lo vuoi! Vuoi compiere questo passo, vuoi iniziare questo nuovo progetto! C’è solo un piccolo, minuscolo particolare che ti frena: te la stai facendo sotto dalla paura!»

Senza nemmeno accorgermene sto annuendo.

Lui ha ragione: ho una paura fottuta; paura di immergermi in un nuovo progetto, paura che sia l’ennesimo fallimento, paura di non riuscire a rialzarmi. La stessa, identica, spiccicata paura che mi ha frenato sempre, quando ero pronta a partire con un progetto, un ambizione, un sogno. Ero sempre lì, pronta per saltare… e poi all’ultimo mi tiravo sempre indietro.

«Posso farti una domanda?» mi chiede.

«Dimmi.»

«Cosa ti sta servendo a fare questa Svolta se poi non la usi per inseguire una buona volta ciò che ami?»

Pugno in pieno stomaco.

«Ascoltami: era da tanto che non vedevo i tuoi occhi brillare per qualcosa, e mai in modo così dirompente come poco fa e come adesso! Non ti far bloccare dalle tue paure e dalle tue insicurezze anche stavolta! Troppe volte da quando ti conosco ti ho vista partire con dei progetti piena di entusiasmo e convinzione, per poi farti frenare da delle paure che tu stessa ti sei creata! In passato hai commesso degli errori? Pazienza! Tesoro, siamo umani, sbagliamo tutti, cazzo!»

«Ma proprio perché c’è questa Svolta in atto che sento che non posso più permettermi di sbagliare!»

«Ho avuto la conferma: tu non hai capito nulla di questa Svolta! Non puoi più sbagliare? Ti do una notizia: sbaglierai per tutta la vita! Gli errori sono all’ordine del giorno di qualsiasi essere umano esistente sulla faccia della Terra!»

«Un altro fallimento non lo sopporterei… stavolta poi…» gli dico con un filo di voce e fissandolo con occhi preoccupati.

«Stavolta avrai un Alleato in più, o sbaglio?» mi dice addolcendo il tono e accennando un sorriso «E poi se sbagli che te ne frega! Almeno provaci però! Non fasciarti la testa prima di sbatterla!»

«Ma chi sono io per farlo?»

«E chi sei tu per non farlo?» mi risponde non staccando mai i suoi occhi dai miei.

Abbasso la testa, con lo sguardo perso chissà dove. Respiro a bocca aperta, facendo entrare tutta l’aria che posso nei polmoni, la trattengo per un po’, poi la lascio andare.

“Concediti la possibilità di lanciarti nel vuoto, per una volta. Concenditi l’inconscienza di non sapere a cosa vai incontro. Concediti la gioia di lasciare fare al tuo cuore” mi dico tra me e me.

Lui continua a fissarmi come se stesse aspettando la risposta più importante della sua vita. Io abbasso e alzo di continuo i miei occhi, alternando uno sguardo perso nel vuoto ad uno immerso nel suo, pieno di incoraggiamento, grinta e fiducia in me.

In questo momento lui sta credendo molto di più in me di quanto non ho fatto io per tutta la vita.

«Concediti la libertà di sbagliare: niente regole, niente schemi, niente paure. Porta avanti il tuo sogno per una volta!» mi dice, come se avesse ascoltato ciò che mi ero detta un istante prima.

Finalmente sul mio viso spunta un sorriso.

«Ok, mi butto!»

«Alleluja!» .

Paghiamo il conto e usciamo.

Arrivati al punto di salutarci, mi stringe in un abbraccio fortissimo ed io mi mi abbandono chiudendo gli occhi e facendomi trasportare, respirando profondamente, come per catturare tutta quella grande energia positiva da utilizzare per quel progetto che ormai ho deciso di iniziare e di portare a termine.

E di energia me ne servirà eccome, visti gli ostacoli che so già che mi creerò da sola.

«Non ti azzardare a mollare stavolta!» mi sussurra «concediti tutto il tempo che ti serve: non porti barriere, limiti o scadenze, sii libera!».

Una lieve brezza si leva come per suggellare il momento.

«Non mollare!»

«Non lo farò!»

«Me lo prometti?»

Mi stacco da quell’abbraccio e lo fisso occhi negli occhi sorridendo.

«Promesso!».

La bellezza di essere degli esseri “umani” è anche questa: sbagliare. E io da questa chiacchierata fatta qualche anno fa di sbagli ne ho fatti tanti, uno fra tutti quello di mancare a quella promessa.

Canzone: Esseri Umani, Marco Mengoni. https://www.youtube.com/watch?v=U-4OrzSBfm8

Un pezzo di me.

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C’è qualcosa che mi fa battere il cuore più di tutto il resto, che mi mette in agitazione più di tutto il resto, che mi crea quelle “farfalle allo stomaco” più di tutto il resto.

Un qualcosa alla quale sono legata ancestralmente, è che mi viene naturale fare, ma che al tempo stesso mi fa sentire più di tutto nuda, senza maschere, scoperta fino al fondo dell’anima: la musica.

Capita a volte che mi chiedano di cantare, e lì dopo aver accettato istintivamente, partono mille dubbi, mille domande, mille elucubrazioni: Ma perché? Ma chi me l’ha fatto fare? E se faccio brutta figura?

Queste domande me le sono poste domenica sera, poco prima di salire su un palco e cantare di fronte a un bel po’ di persone una canzone che amo particolarmente di Ermal Meta, Quello che ci resta.

Ma, in fin dei conti, non posso fare a meno di sentire il battito e il fiato accelerati, le gambe che tremano e l’anima che finalmente esce fuori, anche se non nego di avere paura di guardare negli occhi chi mi ascolta, perché la paura di mostrare troppo di me c’è.

Come c’è la voglia irrefrenabile di fare ogni volta quel salto, l’unico che riesco a fare seppur con timore, ma con la spinta verso ciò che amo più di tutto.

E tu? Hai qualcosa che ti fa fare quel salto nonostante la paura?

Canzone: Hall Of Fame, The Script. https://www.youtube.com/watch?v=mk48xRzuNvA

Che sapore hanno i ricordi?

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Il frutto colto da un albero in un pomeriggio di fine primavera con mio padre.

La ricotta con il caffè che mi ha fatto scoprire mia nonna.

Il sushi assaggiato per la prima volta con mio cugino.

La prima birra assaggiata con mio fratello.

Il primo dolce impastato e assaggiato con le donne di famiglia in preparazione al Natale.

I cibi tipici dei vari viaggi fatti tra gite scolastiche, trasferte per i concerti e le vacanze.

Olive ascolane, le patatine fritte e le birre consumate mentre mi confido e ascolto a mia volta le confidenze delle mie amiche.

Il caffè preparato da un’amica con te che ti presenti alle 8,30 di mattina con i cornetti caldi per raccontarvi gli ultimi mesi di confidenze mancate per varie ragioni.

Tra sangrìa, crepes, arancini, pane carasau e un panino con falafel stratosferico riaffiorano dolci ricordi di tante esperienze vissute e che grazie al cibo riassaporo ogni volta.

Oltre la musica, i libri e i profumi c’è il cibo che crea, cuce addosso e rievoca i ricordi.

E tu? Hai un cibo che ti riporta ad un ricordo speciale?

Canzone da ascoltare: Almeno tu ricordati di me, Cordio. https://www.youtube.com/watch?v=TVOmsdaahpc

Mancarsi.

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Mancarsi. Mancarsi già dopo poco tempo che ci si è visti.

Mancarsi già quando sai che lui o lei e non vi vedrete per settimane.

Mancarsi quando si è distanti chilometri e chilometri e chiedersi come mai non si decidano ad inventare il teletrasporto, giusto il tempo di darsi un abbraccio lungo una manciata di minuti e poi tornare al proprio posto, anche se forse il proprio posto è proprio tra quelle braccia; perché a volte non ti basta mandare un messaggio fargli/le una telefonata per dirgli/le che ti manca.

E allora ti chiedi perché non prendi un treno o un aereo per raggiungerla/o, perché non fai una follia anche se solo per rivederlo/a per poche ore; e intanto sei ancora lì che ci pensi.

Perché a volte, ti chiedi, se gli stessi pensieri che fai tu sono anche i suoi, se anche chi è dall’altra parte sta pensando di fare quella pazzia, e se dall’altra parte non pensa di farla il perché dovresti farla tu; ma tu ci pensi lo stesso, e sai che se la faresti forse ti toglieresti almeno il peso di questo pensiero. Ma sei ancora qui che ci pensi.

Dilemmi che non si risolveranno mai.

Canzone: The way it was, The Killers. https://www.youtube.com/watch?v=W8w-wlQsEJs

Assenza presente.

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Quand’è che un’assenza si fa presente?

Quando i ricordi riaffiorano fino a farti mancare il respiro?

Quando quegli stessi respiri diventano lame che ti opprimono il petto?

Quando arrivi a dire “Se solo fossi qui ora”?

Quando un attimo dopo quel dolore così acuto, paradossalmente senti che quella persona c’è, ancora, dentro di te, proprio grazie a quei ricordi che come lame fino ad un attimo prima ti hanno fatto male perché quei momenti sai che non torneranno più, ma al tempo stesso lasciano lo spazio alla dolcezza, al sorriso e al calore di quel ricordo condiviso: da ogni fitta di dolore riemerge ogni vostra risata, da ogni lacrima riemerge ogni vostro sorriso, da ogni assenza di respiro riemerge ogni vostro abbraccio. E sai che se sei arrivato ad essere la persona che sei è anche grazie a quei ricordi.

E quindi sì, quella è l’assenza più presente che c’è dentro di te, e fa male, ma proprio perché ancora c’è e la senti fino alle viscere, che puoi respirare, vivere e assaporare la sua presenza. Ogni lacrima, ogni sospiro, ogni fitta di dolore sono la dimostrazione che c’è ancora lì, dentro di te, ed è questo ciò che conta.

Piccola nota: per queste righe il mio ringraziamento va ad una persona che ogni volta che leggo ciò che scrive mi fa riscoprire sempre la bellezza di non nascondere mai ciò che si prova, anche verso una persona cara che abita in un indirizzo cosmico diverso, ma che lontana non è mai finché abita nel cuore di chi la ama. Grazie, tu sai chi sei.

Canzone: I giorni di domani, Marco Mengoni. https://www.youtube.com/watch?v=sH8n8kXrevI

Guardarsi.

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Come quando speri che lui/lei ti noti, che si accorga di te, che ti guardi; che, come te, noti che anche tu gli/le somigli in qualche stessa paura, in qualche stessa abilità, in qualche stessa sensazione, semplicemente guardandoti.

Per poi scoprire anche le vostre diversità: quelle che ti portano a pensare che dove non arrivi tu, ci arriva lui o lei e lo fa anche per te, e viceversa; quelle che te lo/la fanno detestare fino al midollo, ma sono anche quelle cose che te lo/la fanno amare fino al midollo, perché sono le prime cose che ti mancano quando lui/lei non c’è.

Quelle che, unite insieme alle tue, fanno il vostro mondo, perfetto nei vostri difetti, nei vostri limiti, nelle vostre mancanze, e meraviglioso nelle vostre stupende fragilità; nei litigi dove scoprite fino a che punto riuscite a farvi del male, per poi curarvi a vicenda le ferite che vi siete fatti.

Come qualcuno magari spera che tu ti accorga di lui/lei e inizia quello stesso viaggio che fai tu, composto di sospiri, sguardi, speranze, qualche delusione, qualche lacrima e qualche pensiero stropicciato, come il tuo viso appena sveglio e reduce da un sogno che volevi che continuasse o da un incubo che speravi finisse il prima possibile.

La vita insomma.

Canzone: L’amore non esiste, Fabi Silvestri Gazzè. https://www.youtube.com/watch?v=-umMDLbqtWs

Su di me…

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Dopo circa 2 mesi e mezzo da quando ho aperto il blog e 5 giorni da quando mi sono decisa ad aprire una pagina social dedicata, vi dono qualche notizia in più.

Da cosa è nata l’idea di aprire un blog? Dalla voglia di condividere ciò che scrivo.

Da cosa nasce ciò che scrivo? Da piccoli straordinari attimi di quotidianità che vivo, dati da episodi vissuti nei viaggi o all’aria aperta, da una canzone arrivata al momento giusto, da un messaggio di una persona cara al momento giusto, da un libro letto al momento giusto. Che poi musica, libri e viaggi sono tre mie croniche dipendenze 🙂

Tutti questi piccoli ma benedetti momenti giusti fanno sì che io metta nero su bianco ciò che mi passa nella testa e nel cuore; cose che smuovono qualcosa dentro di me, che mi emozionano, e che mi fanno avere quel pizzico di arroganza nel pensare che forse possono emozionare qualcun altro, anche se lontano mille chilometri. Da qui è nata l’idea di un blog per condividere tutto questo, ogni riga, ogni parola, ogni canzone che mi balena in testa e nel cuore mentre scrivo un post.

A me piace questa idea, ed è questo che mi spinge a proseguire. E a voi?

Un’ultima cosa: mi chiamo Meris Angelini 🙂

Canzone da ascoltare: Leggero, Luciano Ligabue https://www.youtube.com/watch?v=58XVAwazAEQ

Speciale, come il sole a mezzanotte.

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Anni a combattere ogni difetto, anni a disprezzarne ognuno con una particolare veemenza, anni a nasconderli con vergogna, come se fosse vietato mostrarli.

E non mi rendevo conto (mi capita tuttora) che sono loro, i difetti, a renderci speciali.

Ci sono giornate no, in cui magari a causa di una discussione con una persona a cui teniamo molto, unito a qualche porta sbattuta in faccia, ci fa crollare a terra; ed è proprio lì, a terra, che iniziamo a fare la lunga lista infinita di tutti i nostri difetti, come se fossero reati per i quali meritare la condanna più esemplare.

Ed invece… mentre siamo lì e vediamo uno ad uno i nostri difetti, ci rendiamo conto che sono quelli a renderci speciali, che attraverso di quelli vengono fuori le nostre qualità; quasi come se invece che per ognuno di loro meritassimo punizioni, per ognuno di loro ci venga data la chiave per l’Infinito (in fondo Leopardi proprio questo voleva dire con la sua famosa opera).

Conoscete la tecnica del kintsugi, o kintsukuroi? Significa letteralmente “riparare con l’oro”, ed è una pratica giapponese che consiste nell’utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro per la riparazione di oggetti in ceramica (in genere vasellame), usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti. La tecnica permette di ottenere degli oggetti preziosi sia dal punto di vista economico (per via della presenza di metalli preziosi) sia da quello artistico: ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico ed ovviamente irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore.

Quindi magari ci sta che trascorriamo quella giornata a darci addosso, del perché siamo così, del fatto che noi stessi non ci sopportiamo e che non biasimiamo nessuno che voglia andarsene dalla nostra vita, stanco dei nostri difetti o della maestria che abbiamo nel disprezzarli fino all’esasperazione; ma il giorno dopo riflettiamoci su: ogni ferita, ogni difetto, ogni mancanza ci rendono unici, perché loro stessi si conformano alla nostra personalità, già unica e irripetibile, e la personalità stessa viene resa più unica e irripetibile da quei difetti che sono solo nostri; ed è questo che i nostri difetti (fisici e caratteriali) ci rendono: unici, irripetibili, speciali. Come il sole a mezzanotte.

Canzone: Come il sole a mezzanotte, La Fame Di Camilla. https://www.youtube.com/watch?v=WEAOWXxBUQo