Scrivimi.

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Quando inizi a leggere scritti di un autore e lui ti annuncia timidamente che a breve uscirà un nuovo libro, se sei un/a lettore/lettrice incallito/a manca solo che fai il conto alla rovescia meglio di ogni Capodanno.

Poi quel libro finalmente esce, arriva tra le tue mani e inizi a leggerlo. C’è una parte razionale di te che, a causa dell’attesa che di conseguenza crea anche aspettativa, cerca il neo, ciò che non va nella storia. Ma poi, piano piano, andando avanti con la lettura, scopri una storia che ti conquista.

Sto parlando di Scrivimi, il nuovo libro di Paolo Longarini, edito dalla HarperCollins. Narra la storia di Fabrizio De Santis, erede di un’illustre famiglia di notai che da secoli presiede alla stipula di atti e contratti a Milano. Ha scoperto un’irregolarità in un documento redatto dallo studio e ha deciso di denunciarsi alle autorità competenti. Ma proprio mentre è alla sbarra, pronto a costituirsi e affrontare le conseguenze del proprio gesto, irrompe suo padre, che non ha mai mostrato particolare entusiasmo per quel figlio sognatore, svagato e buono. Lo afferra per un braccio e, senza fargli finire la sua deposizione spontanea, lo trascina via rivelandogli quello che era chiaro a tutti tranne che a lui: l’irregolarità c’era, e tutto lo studio lo ha sempre saputo, sfruttandola per arricchirsi. Fabrizio obietta e il padre può fare quello che desiderava da tempo: lo disereda e obbliga Loris, il suo guardaspalle, un passato tra criminalità e guerra del Vietnam, ad allontanarlo da Milano. Per sua fortuna Fabrizio ha un angelo custode: il suo migliore amico Saverio, che gli affida un casale un po’ diroccato nei pressi di San Gimignano. Caterina Vanoli invece vive a Boston, dove insegna architettura del paesaggio. Non è un buon periodo. La madre è scomparsa da poco. Il fidanzato con cui è stata cinque anni l’ha lasciata. Per telefono. E il suo sacerdote di riferimento, padre Joseph (che al liceo era stato il fidanzatino di Caterina), deve farle una rivelazione: l’uomo anaffettivo e violento che l’ha cresciuta non era suo padre. Suo padre era, o forse è, italiano, toscano e viene da un paesino medievale chiamato San Gimignano… Si innesca così la catena di formidabili coincidenze che porterà a incrociarsi le strade dei due protagonisti. Il resto lo lascio scoprire a voi.

Se chi ha scritto un libro ha la capacità di catapultarti nella storia, facendoti essere ora a Boston, ora a Milano, ora a San Gimignano (no, Bankok non c’è, mi spiace), ora a Roma; se descrive le ricette così bene da farti venire fame ed accompagnare il tutto con un buon calice di vino; se l’autore ha la capacità di descrivere i personaggi della storia così bene che ti sembra di vederli davanti a te, se ti fa piangere, ridere e amare i personaggi e la storia da lui costruiti, allora sì che quello che hai tra le mani è un bel libro.

E, sì, Paolo, hai scritto davvero un bel libro.

Canzone: Che vita meravigliosa, Diodato. https://www.youtube.com/watch?v=3vugZjDZeWs